Zero dazi sul 99.8% dell’export svizzero verso la Cina: i 7 settori che ci guadagnano, dagli orologi (oggi all’1%) alla farmaceutica

Claudio Galli

23 Agosto 2026 - 10:12

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Berna e Pechino hanno chiuso il 20 agosto i negoziati sull’ottimizzazione dell’accordo di libero scambio. Il risparmio potenziale stimato dalla SECO è di 244 milioni di CHF l’anno e tocca da vicino le filiere ticinesi dell’orologeria, della meccanica di precisione e del chimico-farmaceutico. Ecco cosa cambia davvero, quando entra in vigore e quali voci restano scoperte.

Zero dazi sul 99.8% dell'export svizzero verso la Cina: i 7 settori che ci guadagnano, dagli orologi (oggi all'1%) alla farmaceutica

Il presidente della Confederazione Guy Parmelin e il ministro del commercio cinese Wang Wentao hanno annunciato il 20 agosto a Berna la conclusione dei negoziati per l’ottimizzazione dell’accordo di libero scambio (ALS) fra Svizzera e Repubblica popolare cinese. Il risultato, in una riga: il 99.8% delle attuali esportazioni svizzere verso la Cina potrà entrare senza dazi, contro il 53.6% di oggi.

I negoziati erano stati lanciati ufficialmente nel settembre 2024 e si sono chiusi dopo cinque cicli di trattative, in un contesto in cui la diversificazione dei mercati di sbocco è diventata una priorità dichiarata del Consiglio federale. La Cina è il terzo partner commerciale della Svizzera dopo l’Unione europea e gli Stati Uniti: nel 2025 l’interscambio di merci, escluso l’oro e altri valori, è stato di circa 33.5 miliardi di CHF, con 15.2 miliardi di esportazioni svizzere e 18.3 miliardi di importazioni.

Il riequilibrio: l’anomalia dell’accordo del 2014

L’ALS in vigore dal 2014 conteneva uno squilibrio che le associazioni economiche denunciavano da anni. La Svizzera si era impegnata a non applicare dazi all’importazione sui prodotti industriali cinesi — quindi quasi tutto ciò che arriva da Pechino entra già oggi in esenzione — mentre solo poco più della metà delle esportazioni svizzere godeva della reciprocità.

L’accordo ottimizzato corregge proprio questo. Attenzione però ai tempi: il 77.5% dell’export svizzero sarà esente da dazi già dall’entrata in vigore, il resto arriverà al 99.8% al termine di periodi di smantellamento tariffario che vanno dai 5 ai 10 anni. Il risparmio doganale potenziale calcolato dalla SECO è di circa 244 milioni di CHF l’anno, concentrato su orologeria, macchine e farmaceutica.

I sette settori industriali che passano al 100%

Il factsheet pubblicato dal Segretariato di Stato dell’economia mette in fila la copertura in esenzione doganale prima e dopo. Il salto più vistoso è quello dell’orologeria, che oggi è di fatto esclusa:

  • Orologi (capitolo doganale 91): dall’1.0% al 100%
  • Strumenti di precisione (cap. 90): dall’85.9% al 100%
  • Macchine elettriche (cap. 85): dall’89.0% al 100%
  • Macchine (cap. 84): dal 74.7% al 100%
  • Materie plastiche (cap. 39): dal 52.9% al 100%
  • Farmaceutica (cap. 30): dal 29.1% al 100%
  • Chimica (cap. 29): dal 50.4% al 100%

Sul fronte agroalimentare l’apertura è più selettiva: formaggio, caffè torrefatto e preparazioni a base di caffè arriveranno all’esenzione totale dopo un periodo di dieci anni, mentre cioccolato, alimenti per l’infanzia, vino e carne secca erano già liberalizzati dall’accordo del 2014.

Perché la notizia riguarda il Ticino

Il test è semplice: quei sette capitoli doganali coincidono quasi punto per punto con l’ossatura industriale del Cantone. L’orologeria ticinese conta una ventina di aziende e circa 1’500 addetti, fortemente orientate all’export; il chimico-farmaceutico è, secondo l’AITI, il comparto cantonale a maggiore intensità di esportazione, con una quota superiore all’80% del fatturato; meccanica di precisione ed elettronica completano il quadro.

Il contesto pesa quanto il contenuto. L’industria d’esportazione svizzera sta assorbendo i dazi statunitensi al 39%, che hanno tagliato le previsioni di crescita del PIL elvetico allo 0.8-0.9% per il 2026, e il Ticino è particolarmente esposto perché il suo tessuto industriale è più sbilanciato verso i subfornitori di quanto non lo sia la media nazionale. In parallelo, il recente indebolimento del franco ha restituito un po’ di margine di competitività alle aziende esportatrici. Un canale asiatico a dazio zero, in questa fase, vale più di quanto direbbe la sola cifra dei 244 milioni.

Regole d’origine e burocrazia: il capitolo meno visibile ma più concreto

Per una PMI, spesso, il problema non è l’aliquota ma la documentazione. Su questo l’accordo ottimizzato interviene con tre novità operative:

  • diventa possibile, a determinate condizioni, effettuare fasi di lavorazione sul territorio di un Paese terzo senza perdere il beneficio preferenziale;
  • cade l’obbligo di trasporto diretto fra le due parti contraenti per ottenere la preferenza tariffaria;
  • sono state create le basi per l’uso dei certificati d’origine EUR.1 elettronici, con scambio di dati fra le autorità doganali iscritto esplicitamente nell’accordo.

Chi esporta sa quanto conti: sono le stesse frizioni amministrative che, in direzione opposta, hanno spinto i micro-shop svizzeri a chiudere le vendite verso l’Unione europea di fronte alle nuove regole sugli imballaggi. Il capitolo sul commercio digitale, del tutto nuovo, introduce inoltre una disposizione sulle spedizioni di massa di pacchi, con obbligo di cooperazione in caso di violazioni sulla sicurezza dei prodotti — il tema sollevato in Svizzera dall’esplosione degli acquisti su piattaforme come Temu e Shein.

Cosa resta fuori, e i tempi

Due avvertenze prima di far conto sui risparmi. La prima: la tassa di lusso cinese non è coperta dall’accordo. Per l’orologeria di fascia alta, cioè, l’azzeramento del dazio non elimina l’imposta interna che grava sui beni di lusso venduti in Cina. La seconda riguarda il calendario. I testi sono in fase di verifica giuridica; la firma è attesa entro il 2026 e solo dopo partiranno le procedure di approvazione interne ai due Paesi, in Svizzera quindi il passaggio parlamentare. Nessun effetto pratico, dunque, prima del 2027 inoltrato.

Sul piano politico va segnalato un elemento che non ha ricaduta tariffaria ma pesa sul giudizio complessivo: per la prima volta in un accordo di libero scambio, la Cina ha accettato un riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel preambolo e disposizioni vincolanti sul divieto di lavoro forzato e minorile: una clausola che, sottolinea la SECO nel factsheet, «si trova per la prima volta in un ALS della Cina».

Cosa può fare un’azienda ticinese adesso

Nell’immediato, nulla cambia: fino alla firma e alla ratifica valgono le aliquote attuali. Ma i mesi che mancano sono il momento giusto per due verifiche. La prima è tecnica: capire sotto quale capitolo doganale ricadono i propri prodotti e se rientrano nel 77.5% che sarà esente subito o nella coda a 5-10 anni. La seconda è commerciale: valutare se il mercato cinese, finora scartato per la barriera tariffaria, torni sostenibile.

Per entrambe il punto di riferimento è Switzerland Global Enterprise, l’agenzia federale per la promozione dell’export che ha una sede ticinese e affianca gratuitamente le PMI nelle prime fasi di internazionalizzazione: ne abbiamo parlato nell’intervista a Luca Degiovannini, direttore di S-GE Lugano. Il testo integrale del factsheet e il memorandum d’intesa sono pubblicati sul portale del Consiglio federale.

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