Il gestore americano ha chiesto all’SEC di mettere in staking fino al 100% dell’ether del fondo FETH e di girare agli investitori una cedola trimestrale. Ecco come funziona il meccanismo, quanto rende davvero e le tre strade che ha già oggi chi compra da una banca svizzera.
Fidelity ha depositato l’11 agosto un emendamento al prospetto del suo Fidelity Ethereum Fund (sigla FETH), un ETF spot che detiene circa 898 milioni di dollari di ether. La modifica introduce due novità: la possibilità di mettere in staking fino al 100% dell’ether del fondo e la distribuzione agli azionisti di una cedola trimestrale in contanti alimentata dai proventi dello staking. Una sola condizione, però, blocca tutto: il via libera dell’autorità di vigilanza statunitense, la SEC, che alla data dell’11 agosto non era ancora arrivato.
La mossa non è isolata. Grayscale ha già ottenuto il permesso e stacca cedole da staking ai suoi azionisti da gennaio 2026; la richiesta di Fidelity segna il tentativo del secondo grande emittente di trasformare un ETF finora "passivo" in uno strumento che produce rendimento. Per il lettore svizzero il tema conta perché il rendimento da staking, negli involucri regolati europei e nelle banche cripto elvetiche, è già una realtà — con regole diverse da quelle che si stanno scrivendo a Washington.
Cosa significa mettere un ETF "in staking"
Lo staking — il blocco di token per contribuire alla sicurezza della rete Ethereum in cambio di una ricompensa — è il modo in cui l’ether genera un flusso periodico, oggi nell’ordine del 3% annuo lordo. Finora gli ETF spot americani detenevano ether "fermo", senza incassare nulla da questo meccanismo. Con l’emendamento, Fidelity potrebbe destinare allo staking l’intero portafoglio del fondo.
I numeri del prospetto spiegano chi guadagna cosa: il fondo tratterrebbe l’85% delle ricompense lorde, mentre il restante 15% andrebbe come commissione di staking a sponsor, custodi e operatori dei nodi, sopra la commissione annua dello 0,25% già prevista. La custodia degli asset è affidata ad Anchorage Digital Bank, BitGo e Fidelity Digital Assets; i nodi validatori sarebbero gestiti da operatori specializzati come Blockdaemon, Figment e Galaxy. La cedola trimestrale, avverte lo stesso prospetto, non è garantita e può essere ridotta o sospesa.
Il nodo del rendimento (e un effetto collaterale)
La corsa allo staking nasce dalla concorrenza: molti prodotti quotati europei incorporano già la funzione, e gli emittenti americani rischiavano di offrire uno strumento meno redditizio. Non a caso, quest’anno gli ETF su ether hanno battuto per raccolta quelli su bitcoin in più occasioni.
Attenzione, però, a due dettagli. Primo: distribuire i proventi in contanti anziché reinvestirli riduce nel tempo l’esposizione all’ether del fondo, un compromesso tra reddito immediato e crescita del capitale. Secondo: il rendimento non è fisso. La coda di prelievo dei validatori si è allungata e le rendite di chi mette in staking sono ai minimi da tre anni, complice l’aumento dell’offerta bloccata dopo l’aggiornamento tecnico Pectra. Lo staking, insomma, rende — ma meno di quanto lasci intendere l’entusiasmo attorno a questi prodotti.
In Svizzera il rendimento si incassa già: le tre vie
Chi vive in Svizzera difficilmente compra un ETF americano come FETH: l’accesso passa da altri canali, dove lo staking è disponibile da tempo e sotto vigilanza.
- ETP quotati alla SIX: i prodotti a replica fisica di emittenti come 21Shares e WisdomTree, negoziabili in franchi sulla borsa di Zurigo, spesso integrano già lo staking e ne girano la resa nel valore del titolo.
- Banche cripto vigilate dalla FINMA: Sygnum, AMINA Bank ed Bitcoin Suisse offrono staking "su mandato" con custodia bancaria e separazione del patrimonio del cliente. In Ticino si può persino comprare ether dall’e-banking di BancaStato, che si appoggia proprio a Sygnum per la custodia.
- Self-custody: il fai-da-te sul proprio wallet, che massimizza il rendimento ma scarica sull’utente ogni rischio tecnico e di sicurezza.
Il quadro è destinato a irrobustirsi: la revisione delle leggi sui mercati finanziari all’esame della Confederazione prevede una nuova licenza dedicata agli istituti di cripto che formalizza, tra i servizi ammessi, proprio lo staking su mandato dei clienti.
Le cose da sapere prima di puntarci
- Lo staking non è gratis: tra commissioni di prodotto e trattenute sui premi, la resa netta è sensibilmente inferiore al lordo pubblicizzato.
- Il rendimento è variabile: oggi attorno al 3% lordo e in calo, non un tasso garantito.
- Fisco: in Svizzera le plusvalenze da vendita sono di regola esenti per il privato, ma i proventi da staking vanno dichiarati come reddito e le giacenze in cripto rientrano nell’imposta sulla sostanza al valore del 31 dicembre.
- L’ok della SEC a Fidelity non è scontato né immediato: per ora resta una richiesta, non un prodotto operativo.
Per chi vuole il dato aggiornato, il prezzo dell’ether si segue sulle quotazioni cripto in tempo reale e su portali come CoinGecko; per le regole svizzere il riferimento è il registro degli operatori vigilati dalla FINMA.
italicoAvvertenza: le quotazioni e i rendimenti citati sono indicativi al momento della pubblicazione. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce un consiglio d’investimento./italico
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