Nella settimana del 20-24 luglio i fondi spot americani sull’ether hanno raccolto 103,9 milioni di dollari contro i 33,8 dei prodotti su bitcoin: non è più un caso isolato, ma una rotazione che si ripete. Ecco cosa la spinge e perché in Svizzera il modo migliore per seguirla passa dagli ETP quotati a SIX e dallo staking.
Gli investitori istituzionali stanno spostando peso da un lato all’altro del mercato cripto, e i numeri degli ETF lo dicono meglio di qualsiasi previsione di prezzo. Nella settimana del 20-24 luglio 2026 gli ETF spot statunitensi su Ethereum hanno registrato afflussi netti per 103,9 milioni di dollari, circa il triplo dei 33,8 milioni raccolti nello stesso periodo dai fondi su Bitcoin. Il dato, elaborato da SoSoValue, arriva in una fase di mercato debole – al 1° agosto l’ether tratta attorno ai 1’865 dollari e il bitcoin sotto i 63’000, entrambi in calo di oltre il 3% sulle 24 ore – eppure la direzione dei capitali istituzionali è chiara.
Una rotazione che non è più un caso isolato
Il punto non è la singola settimana, ma il ripetersi dello schema. È la terza volta nel 2026 che gli ETF su Ethereum battono quelli su Bitcoin nella raccolta settimanale. Era già successo a metà luglio – 105,4 milioni per l’ether contro 75,7 per il bitcoin – e in aprile, quando i fondi ether portavano a casa 187 milioni in una settimana mentre quelli bitcoin segnavano una giornata da 325 milioni di deflussi.
Il quadro cumulato conferma la tendenza. Dal lancio, gli ETF spot su Ethereum hanno accumulato circa 11,7 miliardi di dollari di afflussi netti, mentre i fondi su Bitcoin restano in territorio negativo da inizio anno, con un saldo attorno ai -4,8 miliardi nel 2026. Non si tratta di una fuga in blocco dal bitcoin – nella stessa settimana l’IBIT di BlackRock ha perso 95,5 milioni, ma il Bitcoin Mini Trust di Grayscale ne ha aggiunti 85,8 e l’ARKB 78,1 – quanto di una redistribuzione interna, con i grandi allocatori che ridisegnano l’esposizione al bitcoin fra emittenti diversi e, al contempo, aumentano quella sull’ether.
Perché gli investitori scelgono l’ether
Dietro la preferenza non c’è solo il prezzo. La tesi che circola sulle scrivanie istituzionali è che Ethereum stia diventando il livello di regolamento dell’economia delle stablecoin, cioè l’infrastruttura su cui si muovono i dollari digitali. Negli Stati Uniti l’approvazione del GENIUS Act – la legge che ha fissato le regole per le stablecoin ancorate al dollaro – ha rafforzato questa lettura, spingendo Wall Street a vedere l’ether meno come scommessa speculativa e più come attivo legato all’attività di rete e ai casi d’uso aziendali.
C’è poi una spinta strutturale che riguarda tutto il comparto. L’analista di Bloomberg Eric Balchunas ha osservato che gli ETF, con commissioni di appena 1-3 punti base, «sono un incubo per gli intermediari ad alto margine»: oggi si può ottenere esposizione alle principali cripto tramite un fondo quotato a costi minimi, un modello con cui gli exchange tradizionali faticano a competere. È una delle ragioni per cui i capitali istituzionali continuano a preferire il veicolo regolamentato, come del resto avevamo già osservato quando i flussi degli ETF spot americani hanno rotto la loro peggior serie di deflussi.
L’angolo svizzero: ETP a SIX e lo staking
Per chi vive in Svizzera c’è un dettaglio operativo importante: gli ETF spot americani non sono direttamente acquistabili. Il canale locale passa dagli ETP – Exchange Traded Products – quotati alla borsa svizzera SIX ed emessi da operatori come 21Shares e WisdomTree, oppure dall’acquisto diretto tramite le banche cripto vigilate dalla FINMA – l’autorità federale di sorveglianza sui mercati finanziari – come Sygnum, AMINA Bank (ex SEBA) e Bitcoin Suisse. Diverse banche cantonali hanno seguito: BancaStato ha aperto alle criptovalute tramite l’e-banking, con Sygnum alla custodia.
Qui emerge un vantaggio che la piazza svizzera ha coltivato prima di altre: molti ETP europei sull’ether integrano lo staking, ossia il rendimento generato bloccando i token per contribuire alla sicurezza della rete. Oggi circa 39 milioni di ether – quasi un terzo dell’offerta in circolazione – sono vincolati in staking, con un rendimento lordo indicativo fra il 2,8% e il 3,5% annuo. Negli Stati Uniti i primi ETF con staking sono arrivati solo di recente – Morgan Stanley ha lanciato i suoi prodotti a fine luglio – mentre in Svizzera è una possibilità nota da tempo, come abbiamo spiegato analizzando perché l’ether arranca ma lo staking cambia il conto per chi lo detiene.
Le cose da sapere
- Rotazione confermata: terza settimana del 2026 in cui gli ETF su Ethereum superano quelli su Bitcoin nella raccolta.
- Divario di flussi: 103,9 milioni di dollari sull’ether contro 33,8 sul bitcoin nella settimana del 20-24 luglio.
- Saldi da inizio anno: +11,7 miliardi cumulati per gli ETF ether dal lancio, contro un rosso di circa 4,8 miliardi per quelli bitcoin nel 2026.
- Tesi di fondo: Ethereum visto come infrastruttura per le stablecoin dopo il GENIUS Act, oltre alla spinta strutturale dei costi bassi degli ETF.
- Canale svizzero: ETP quotati a SIX e banche cripto sotto vigilanza FINMA, con lo staking spesso già incluso.
Fisco e dove seguire i dati
Per il residente in Svizzera il trattamento fiscale resta favorevole ma non uniforme: le plusvalenze da rivendita per l’investitore privato non sono tassate, mentre i proventi da staking, mining, lending e airdrop vanno dichiarati come reddito, e le cripto detenute vanno indicate al valore di mercato al 31 dicembre ai fini dell’imposta cantonale sulla sostanza. Chi opera con più emittenti o attraverso un exchange estero farà bene a verificare prima la posizione della FINMA sugli operatori cripto e le licenze in vigore.
Le quotazioni citate sono indicative al momento della pubblicazione e non costituiscono un consiglio d’investimento. Per il dato aggiornato in tempo reale si possono consultare le quotazioni delle criptovalute in tempo reale o portali come CoinGecko; per i flussi giornalieri degli ETF il riferimento è Farside Investors.
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