Ristorni dei frontalieri, l’idea della Lega: bloccarli per pagare le iniziative sulla cassa malati. Ma a Berna 5 deputati ticinesi su 5 frenano

Claudio Galli

13 Maggio 2026 - 07:11

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Il movimento lunedì sera ha chiesto di sospendere il riversamento dell’imposta alla fonte all’Italia — oltre 112 milioni di CHF nel 2024 — per creare un «fondo di emergenza» che copra il tetto del 10% sui premi sanitari e la deduzione integrale dalle imposte. Il presidente del Governo Claudio Zali porterà il dossier in Consiglio di Stato prima del 30 giugno 2026. Ma a Berna Regazzi, Marchesi, Farinelli, Gysin e Storni invitano alla calma: «Mettere il carro davanti ai buoi farebbe precipitare le cose».

Ristorni dei frontalieri, l'idea della Lega: bloccarli per pagare le iniziative sulla cassa malati. Ma a Berna 5 deputati ticinesi su 5 frenano

A Bellinzona si apre un nuovo fronte fiscale sui frontalieri. Lunedì sera 11 maggio la Lega dei Ticinesi ha chiesto in un comunicato il «blocco immediato» dei ristorni dell’imposta alla fonte versati all’Italia, proponendo di destinare quelle risorse a un «fondo di emergenza» per finanziare le due iniziative cantonali sulla cassa malati. La proposta arriva 24 ore dopo l’apertura del presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali, che sul italicoMattino della domenica/italico ha annunciato l’intenzione di portare la discussione in Governo «prima di giugno». Ma martedì mattina, dalle Camere federali, è arrivato il segnale opposto: tutti e cinque i deputati ticinesi interpellati dal italicoCorriere del Ticino/italico hanno invitato alla prudenza.

I numeri in gioco non sono piccoli. Secondo i dati del Dipartimento delle finanze e dell’economia, nel 2024 il Cantone ha versato all’Italia oltre 112 milioni di CHF di ristorni — la quota dell’imposta alla fonte trattenuta sui salari dei vecchi frontalieri che, in base al regime transitorio dell’accordo bilaterale, viene retrocessa ai comuni italiani di confine fino al 2033. Stime ufficiali prevedono un’ulteriore crescita: +20,71 mln nel 2025, +32,36 mln nel 2026, +44,11 mln nel 2027 sulla base 2024. Si parla quindi, per quest’anno, di una cifra che si avvicina ai 145 milioni di franchi.

La proposta della Lega in tre punti

La richiesta del movimento, illustrata nel comunicato di lunedì sera, è strutturata su tre passaggi:

  • sospendere immediatamente il versamento dei ristorni all’Italia («Quei soldi sono generati sul nostro territorio e devono restare in Ticino»);
  • creare un fondo cantonale di emergenza alimentato proprio da quelle risorse;
  • usare il fondo, per almeno un anno, per finanziare le due misure approvate in votazione popolare nel Cantone Ticino: il tetto massimo del 10% del reddito disponibile destinato ai premi sanitari e la deduzione integrale dei costi della cassa malati dalle imposte.

Il riferimento sullo sfondo è la cosiddetta «tassa sulla salute» che la Regione Lombardia sta valutando di applicare ai vecchi frontalieri. «Se Berna e il Consiglio di Stato non sono in grado di fermare l’esplosione dei costi della salute — scrive la Lega — allora dobbiamo farlo noi con le risorse che abbiamo».

Cosa sono i ristorni e perché pesano sui conti

Per chi legge da fuori del Cantone, vale la pena ricordare cosa siano i ristorni. Sono la quota dell’imposta alla fonte — l’imposta che il datore di lavoro in Svizzera trattiene direttamente sul salario del frontaliere — che la Confederazione retrocede ai comuni italiani di confine in cui il lavoratore risiede. Il principio è stato fissato dall’accordo italo-svizzero del 1974 e ridisegnato dal nuovo accordo firmato il 23 dicembre 2020, in vigore dal 17 luglio 2023 con effetti dal 1° gennaio 2024.

Il nuovo accordo distingue vecchi e nuovi frontalieri sulla base della data del contratto di lavoro (spartiacque: il 17 luglio 2023). Per i vecchi frontalieri continua a valere il regime transitorio: l’imposta alla fonte viene riscossa solo dal Ticino e una quota (oggi pari al 40%) viene retrocessa ai comuni italiani — fino al 2033, anno in cui i ristorni cesseranno definitivamente. Per i nuovi frontalieri, invece, vale il regime ordinario di tassazione concorrente: paga il Ticino (con un’aliquota all’80% di quelle ordinarie cantonali) e paga anche l’Italia, con franchigia di 10’000 EUR e credito d’imposta sul versato in CHF.

In valore assoluto, parliamo di una posta che alimenta circa 70 comuni italiani della fascia di confine — Como, Varese, Sondrio in primis — e che, secondo i dati richiamati dalla deputazione ticinese, contribuisce a oltre il 40% del bilancio di molte amministrazioni di quei territori.

Perché a Berna la deputazione tira il freno

Nelle stesse ore in cui la Lega lanciava la proposta, il italicoCorriere del Ticino/italico ha interpellato i deputati ticinesi alle Camere federali. La risposta, trasversale agli schieramenti, è la stessa: meglio non muovere il primo passo.

Il consigliere agli Stati del Centro Fabio Regazzi — fra i primi a contestare la «tassa sulla salute» come violazione dell’accordo fiscale — ha invitato a «lavorare di fioretto, accantonando la sciabola». Il punto chiave per Regazzi è procedurale: «Il provvedimento lombardo è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma manca il decreto attuativo. Visto che alcune regioni si sono già sfilate, non è da escludere che, alla fine, anche su pressione dei comuni italiani di frontiera, la Lombardia decida di lasciar perdere. Bloccare i ristorni prima ancora che la Lombardia abbia attuato il provvedimento significherebbe mettere il carro davanti ai buoi».

Per il consigliere nazionale UDC Piero Marchesi, dietro l’eventuale strappo dovrebbe esserci «una rivendicazione chiara» che oggi non si vede: «Il problema è la tassa sulla salute? È il sistema di calcolo della perequazione intercantonale? Altrimenti il Governo rischia di fare la figura del pasticcione».

Il consigliere nazionale PLR Alex Farinelli concentra la valutazione sull’aspetto giuridico: «La questione deve limitarsi a stabilire se, con l’introduzione della tassa sulla salute, la Lombardia violi o meno gli accordi internazionali. Capisco l’insoddisfazione del Cantone Ticino nei confronti di Berna, ma non è creando rapporti più tesi che si risolve la situazione».

Più netto il «no» dell’area di sinistra. La consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin, che la prossima settimana sarà candidata unica alla presidenza del gruppo, ha ricordato di essere «sempre stata scettica» sul blocco. E il presidente della deputazione, il consigliere nazionale PS Bruno Storni, ha aggiunto: «In questo momento gettare benzina sul fuoco sarebbe sbagliato. Non bisogna aprire un altro fronte».

Vale la pena ricordare che la posizione della deputazione non è isolata: già in febbraio le autorità federali avevano fatto sapere — come ha richiamato il direttore del DT — che un blocco unilaterale dei ristorni rischierebbe di violare l’accordo fiscale sui frontalieri, l’opposto del messaggio che il Cantone vuole far passare.

Cosa succede entro il 30 giugno

Il calendario, però, stringe. Il presidente del Governo Zali ha indicato che la discussione arriverà in Consiglio di Stato «prima di giugno». La data tecnica è il 30 giugno 2026, termine entro il quale l’Esecutivo deve assumere una decisione coerente con la posizione che la Confederazione porterà ai tavoli bilaterali con Roma. La mossa di Bellinzona è in parte un segnale verso Berna, in parte una leva diplomatica verso la Lombardia.

Per il cittadino e l’imprenditore ticinese, le incognite concrete sono tre:

  • Se il Governo decide di sospendere o decurtare i ristorni, i comuni italiani di confine — molti dei quali pesano contabilmente sulla fascia transfrontaliera del comasco e del varesotto — perderanno un’entrata strutturale: la conseguenza politica più probabile è una pressione di ritorno via Roma e Bruxelles, che la deputazione ticinese teme di non riuscire a gestire.
  • Quando, perché lo strumento giuridico (decreto cantonale, mozione vincolante, dichiarazione politica) non è ancora deciso. La mozione interpartitica già depositata da PLR, Centro, Lega e UDC chiede una sospensione «totale o parziale» dei riversamenti, ma il dossier non è ancora calendarizzato.
  • Quanto viene davvero «liberato»: i 112-145 milioni di CHF dei ristorni non confluiscono direttamente nel bilancio cantonale, perché parte serve a compensare gli oneri amministrativi della riscossione e perché un eventuale fondo di emergenza richiederebbe una base legale specifica votata dal Gran Consiglio.

Per chi paga la cassa malati — e in Ticino il premio medio adulto della LAMal è 501,50 CHF/mese nel 2026, la quota più alta della Confederazione — la partita è tutt’altro che astratta. Le due iniziative cantonali che la Lega vuole finanziare con i ristorni (tetto del 10% e deduzione integrale) restano per ora sulla carta proprio perché manca la copertura finanziaria stimata in oltre 200 milioni di CHF all’anno. La sospensione dei ristorni, se votata e applicata, coprirebbe poco più della metà di quella cifra per un anno solo. È il motivo per cui anche i fautori della linea dura, dentro lo stesso PLR e il Centro, parlano di una misura «ponte», non strutturale.

La prossima tappa è il Consiglio di Stato. Per chi vuole prepararsi, conviene rivedere la scheda evergreen sui frontalieri e la scheda sulla doppia tassazione del nuovo accordo, oltre al pezzo sulla previsione di Comparis per i premi cassa malati 2027 che dà la misura economica di cosa significhi davvero, per le famiglie del Cantone, un altro anno di aumenti senza copertura. La decisione del Governo è attesa entro l’estate.

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