Il Consiglio federale respinge le accuse di lavoro forzato e torna al tavolo del negoziato. Ma se i dazi raccomandati da Washington entrano in vigore sostituiranno il 10% già attivo fino al 24 luglio e potrebbero sommarsi a nuove tariffe sulle «sovracapacità». Per il Ticino, che esporta oltre 6 miliardi di franchi negli Stati Uniti, il conto rischia di pesare su industria metalmeccanica, farmaceutica e posti di lavoro frontalieri.
Un nuovo fronte si apre sul dossier più delicato per l’economia svizzera d’esportazione. Il 2 giugno 2026 l’USTR, il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta in base alla Section 301 del Trade Act americano — la norma che colpisce le pratiche commerciali ritenute «sleali o discriminatorie» — raccomandando dazi aggiuntivi del 12.5% per i Paesi che, come la Svizzera, non hanno introdotto un divieto d’importazione per le merci prodotte con lavoro forzato. Per gli Stati che invece dispongono di un divieto la raccomandazione scende al 10%.
Il Consiglio federale ha reagito nella seduta del 5 giugno 2026: respinge «con fermezza» le accuse e ha deciso di ribadire per iscritto la posizione svizzera nella fase di consultazione pubblica che precede l’eventuale entrata in vigore. «La Svizzera persegue un approccio globale», fa sapere la Confederazione, fondato su regolazione statale, valutazioni di rischio obbligatorie per il settore privato e cooperazione internazionale, anziché su un divieto secco d’importazione.
Perché un ticinese deve seguire questo dossier
Non è un tecnicismo da Berna. La misura, se confermata, tocca direttamente il tessuto produttivo della Svizzera italiana. Il Ticino è un Cantone a forte vocazione esportatrice, e gli Stati Uniti sono uno dei suoi mercati di sbocco più importanti: secondo i dati ripresi dalla stampa cantonale, l’export ticinese verso gli USA vale attorno ai 6.1 miliardi di franchi (dato 2023), pari a circa il 12.8% delle vendite all’estero del Cantone. Una quota che, al netto di metalli e pietre preziose, resta comunque rilevante per i settori manifatturieri.
L’industria metalmeccanica ed elettrica (MEM) è la più esposta: è il comparto che già oggi convive con il rischio di lavoro ridotto in una parte significativa delle aziende svizzere del settore. Accanto ad essa, la farmaceutica e la chimica — pilastri della bilancia commerciale elvetica — guardano con attenzione alle eccezioni che Washington potrebbe concedere o togliere. Ogni punto di dazio in più si traduce in margini più sottili, ordini a rischio e, a cascata, in pressione sull’occupazione, frontalieri compresi.
Come si incastrano le diverse tariffe
Il punto tecnico più insidioso è la stratificazione delle misure. Secondo il comunicato della Confederazione, i dazi derivanti dall’indagine Section 301 dovrebbero sostituire l’addizionale del 10% basata sulla Section 122, in vigore fino al 24 luglio 2026. Ma — ed è qui il rischio — a questi potrebbero aggiungersi ulteriori dazi legati a una seconda indagine, quella sulle presunte «sovracapacità» della produzione industriale, i cui risultati sono attesi nelle prossime settimane.
In altre parole: non si tratta solo di sapere se l’aliquota sarà del 10% o del 12.5%, ma di capire quante misure finiranno per sovrapporsi. Per un esportatore ticinese che pianifica forniture a sei o dodici mesi, questa incertezza è già di per sé un costo, perché complica preventivi, contratti e investimenti.
Il franco forte resta l’altra metà del problema
A complicare il quadro c’è la valuta. Anche se i dazi pesano sul prezzo finale negli Stati Uniti, per molte aziende della regione il vero macigno resta il franco forte, che erode la competitività delle esportazioni svizzere a prescindere dalle barriere tariffarie. Un dollaro debole rispetto al franco amplifica l’effetto dei dazi: chi vende negli USA incassa in valuta deprezzata e paga i costi in franchi. Tenere d’occhio il cambio dollaro-franco è quindi parte integrante della lettura di questo dossier.
Cosa aspettarsi ora
Le raccomandazioni dell’USTR non scattano in automatico: prima c’è la fase di consultazione, durante la quale la Svizzera depositerà le proprie controdeduzioni. In parallelo proseguono i negoziati per un accordo commerciale bilaterale, che il Consiglio federale punta a chiudere in modo «soddisfacente e duraturo», indipendentemente dagli sviluppi politici e giudiziari negli Stati Uniti.
Per imprese e cittadini della Svizzera italiana la parola d’ordine, nelle prossime settimane, è monitorare: la scadenza del 24 luglio sull’addizionale Section 122 e l’esito dell’indagine sulle sovracapacità diranno se il 2026 si chiuderà con un alleggerimento o con una nuova stretta. Gli aggiornamenti ufficiali sono pubblicati dalla SECO, il Segretariato di Stato dell’economia, e dai comunicati del Consiglio federale.
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