Dal 24 luglio le merci svizzere entrano negli Stati Uniti con un dazio del 12.5%, due punti e mezzo più dei concorrenti europei. Washington invoca il «lavoro forzato», Berna respinge l’accusa. Ecco perché la meccanica di precisione del Cantone e i posti dei frontalieri sono i più esposti.
Da venerdì 24 luglio le esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti pagano un dazio del 12.5%. Il nuovo balzello è entrato in vigore alle 06.01 (ora svizzera) e sostituisce l’imposta temporanea del 10% rimasta in vigore fino al 23 luglio. Il dettaglio che pesa di più non è tanto la cifra in sé, quanto il confronto: l’Unione europea e la maggior parte degli altri partner commerciali se la cavano con il 10%. La Confederazione, quindi, viene trattata peggio dei suoi vicini — un handicap di 2.5 punti percentuali che colpisce in pieno un’economia d’esportazione come quella ticinese.
La misura si applica a 60 partner commerciali ed è stata annunciata dall’ufficio del rappresentante commerciale americano Jamieson Greer. Per la Svizzera vale «in linea di principio» l’aliquota più alta, il 12.5%, mentre restano alcune eccezioni (vedi sotto).
Perché la Svizzera paga più dell’Unione europea
La base giuridica invocata da Washington è la Section 301 del Trade Act americano del 1974. La motivazione ufficiale è il italico«/italicolavoro forzatoitalico»/italico: gli Stati Uniti non accusano la Svizzera di ricorrere al lavoro forzato in casa propria, ma di non avere una legge che vieti in modo generale l’importazione di merci prodotte con lavoro forzato in Paesi terzi. Secondo l’amministrazione statunitense, questi prodotti — realizzati a costi più bassi — falserebbero la concorrenza a danno delle imprese americane.
È qui che si spiega la differenza con Bruxelles. L’UE ha adottato un regolamento che vieta sul mercato europeo i prodotti frutto di lavoro forzato, e per questo Washington le concede il 10%. La Svizzera, che non ha una norma analoga, finisce nella fascia superiore. Berna respinge l’impostazione: la Confederazione, spiega il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR), punta su italico«un regime di dovuta diligenza e trasparenza basato sul rischio»/italico che considera italico«almeno equivalente»/italico a un divieto d’importazione generalizzato. Del resto, ricorda la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), in Svizzera il lavoro forzato è già vietato a livello costituzionale, civile e penale.
Per il principale organismo mantello dell’economia svizzera, economiesuisse, la decisione è «né comprensibile né giustificata» e penalizza le aziende elvetiche rispetto ai concorrenti di UE e Regno Unito.
Cosa cambia per il Ticino e i frontalieri
Qui sta la risposta alla domanda che conta: perché un ticinese dovrebbe interessarsene? Perché il Cantone vive in buona parte di esportazioni. La meccanica di precisione e l’industria d’esportazione sono fra i settori più esposti ai mercati esteri, e un dazio più alto significa prodotti meno competitivi oltreoceano, margini più sottili e — nello scenario peggiore — meno lavoro nelle fabbriche del Sopraceneri.
Il punto più delicato è la concorrenza di confine. Un’azienda ticinese che vende macchinari o componenti negli Stati Uniti paga ora il 12.5%; una rivale lombarda di Como o Varese, in quanto europea, si ferma al 10%. Sono 2.5 punti di svantaggio a parità di prodotto, proprio nella fascia dove le due economie si contendono le stesse commesse. E dietro le fabbriche ci sono i posti di lavoro: una quota importante dei frontalieri impiegati in Ticino lavora proprio nell’industria d’esportazione. Un rallentamento degli ordini dagli USA rischia di riflettersi sull’occupazione, in un mercato del lavoro che finora ha comunque tenuto, con la disoccupazione cantonale sotto la media svizzera.
A complicare il quadro c’è il franco forte, che già da mesi erode la competitività dei prezzi elvetici: il dazio americano si somma a quello svantaggio, non lo sostituisce.
Le eccezioni — e i dazi che potrebbero ancora arrivare
Non tutto rientra nel 12.5%. Restano esclusi i prodotti già soggetti ad altri dazi specifici, tra cui acciaio e alluminio, ma anche petrolio e gas. Attenzione però: si tratta di categorie che pagano comunque tariffe proprie, non di un’esenzione a costo zero.
Soprattutto, la partita non è chiusa. È aperta una seconda inchiesta statunitense, sempre sulla base della Section 301, che punta sulle presunte sovraccapacità industriali: se dovesse concludersi contro la Svizzera, potrebbero scattare ulteriori dazi. Sul piatto resta anche l’intesa negoziata dal consigliere federale Guy Parmelin a Washington a fine giugno: una dichiarazione d’intenti secondo cui gli Stati Uniti non dovrebbero, in prospettiva, superare il 15% di dazi sulle merci svizzere. Un tetto che oggi appare più come un argine da difendere che come una garanzia.
Cosa può fare (e cosa farà) la Svizzera
Il Consiglio federale ha già annunciato che continuerà a negoziare per ottenere una revisione o la revoca della misura. La via più diretta resta il tavolo con Washington; in alternativa, la Svizzera potrebbe contestare i dazi davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), ma sarebbe un percorso lungo e nel frattempo le tariffe resterebbero in vigore.
Per imprese e lavoratori del Cantone conviene tenere d’occhio gli sviluppi: la pagina ufficiale della SECO sulle relazioni commerciali Svizzera-USA raccoglie gli aggiornamenti e le informazioni per gli esportatori. La prossima verifica arriverà con l’esito della seconda inchiesta americana, che dirà se il 12.5% è un punto d’arrivo o solo una tappa.
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