Venerdì cadono i dazi supplementari del 10% che Washington aveva imposto a tutti i Paesi, ma né la Confederazione né le associazioni economiche si aspettano un alleggerimento: ecco i tre scenari sul tavolo, perché gli Stati Uniti accusano la Svizzera di lavoro forzato e che cosa rischia chi lavora nell’industria d’esportazione.
Venerdì 24 luglio 2026 si chiude formalmente un capitolo della controversia doganale fra Stati Uniti e Svizzera: scadono i dazi supplementari del 10% che l’amministrazione Trump aveva applicato alle importazioni da tutti i Paesi. Sulla carta è una buona notizia per le imprese esportatrici. Nei fatti, né il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) né le associazioni di categoria si attendono un alleggerimento del conto. Al contrario: lo scenario più probabile è che a quei dazi ne subentrino altri, calcolati su una base giuridica diversa e potenzialmente più penalizzanti di quelli applicati all’Unione europea.
Che cosa scade davvero il 24 luglio
La scadenza era attesa da settimane — l’avevamo indicata come lo snodo decisivo già nel conto alla rovescia sui dazi americani — ma il quadro che si è composto negli ultimi giorni cambia la natura della posta in gioco.
Il punto di partenza è una sentenza della Corte Suprema americana dello scorso febbraio, che ha stabilito senza ambiguità come i dazi imposti da Donald Trump il 2 aprile 2025 fossero privi di fondamento giuridico: una misura di quella portata richiedeva l’approvazione del Congresso.
La reazione di Washington è stata immediata. Appoggiandosi a un diverso articolo di legge, il governo statunitense ha reintrodotto dazi supplementari del 10% sulle importazioni da tutti i Paesi. Quella base legale, però, consente di farlo soltanto per 150 giorni: il termine cade appunto venerdì. Non si tratta quindi di una concessione negoziale, ma della semplice scadenza di un orologio giuridico.
L’articolo 301 e l’accusa di lavoro forzato
Il capitolo successivo era già stato scritto a inizio giugno, quando l’amministrazione statunitense ha proposto nuovi dazi punitivi nei confronti di una sessantina di partner commerciali, Svizzera compresa. La base giuridica invocata è stavolta l’articolo 301 della legge sul commercio.
L’accusa è che la Confederazione ricorra a pratiche commerciali sleali. Nello specifico, come altre 54 economie, la Svizzera non disporrebbe di un «divieto esplicito di importare prodotti derivati dal lavoro forzato». Per questo gruppo di Paesi Washington propone dazi supplementari del 12,5%, contro il 10% previsto per l’Unione europea: un divario di 2,5 punti percentuali a sfavore dell’industria elvetica.
«Ci aspettiamo che gli Stati Uniti sostituiscano, alla fine di luglio, i dazi doganali supplementari esistenti con dazi aggiuntivi basati sull’indagine ai sensi della sezione 301 relativa al lavoro forzato», ha dichiarato a Keystone-ATS Markus Spoerndli, portavoce del DEFR. A questi si aggiungerebbero i dazi applicati secondo il principio della nazione più favorita (NPF), pari in media al 2,3%.
C’è poi una seconda incognita: una ulteriore indagine americana ai sensi della stessa sezione 301 riguarda presunte sovraccapacità produttive industriali. Il rapporto del rappresentante commerciale statunitense non è ancora stato pubblicato, quindi l’eventuale onere aggiuntivo resta oggi non quantificabile.
L’associazione dell’industria tecnologica Swissmem respinge le accuse con durezza: i prodotti del settore non solo sono sviluppati in Svizzera, ma nella stragrande maggioranza dei casi vi sono anche fabbricati. «Non è possibile fabbricare prodotti ad alta tecnologia ricorrendo al lavoro forzato. Questa accusa è quindi assurda», scrive l’associazione, che ricorda come la Svizzera non applichi né dazi industriali né sovvenzioni industriali.
I tre scenari di Swissmem
Ivo Zimmermann, responsabile della comunicazione di Swissmem, è netto: «Purtroppo non ci aspettiamo un’abolizione dei dazi doganali». Ciò che conterà è il differenziale rispetto ai concorrenti diretti — UE e Giappone in testa: più è ampio, più le conseguenze saranno dolorose. L’associazione mette sul tavolo tre ipotesi:
- Scenario favorevole — aliquota fissa al 15%, dazi NPF compresi. È il tetto che Berna considera già concordato.
- Scenario intermedio — aliquota media del 17,5% sui prodotti tecnologici svizzeri, composta da un dazio supplementare del 12,5% più dazi NPF pari in media al 5%. Per Swissmem sarebbe uno svantaggio competitivo ingiustificato.
- Scenario negativo — dazi ancora più elevati per la Svizzera e per altri Paesi. L’associazione non lo esclude.
Berna insiste sul tetto del 15%
La posizione della Confederazione è che Washington debba rispettare il tetto tariffario del 15% fissato nella dichiarazione d’intenti comune del 14 novembre 2025. Berna respinge inoltre le accuse sul lavoro forzato e propone, al posto di un divieto d’importazione, un approccio globale che considera altrettanto efficace. «L’industria statunitense non è in alcun modo danneggiata dalla prassi elvetica», sostiene Spoerndli. «Una discriminazione nei confronti della Svizzera sarebbe quindi infondata».
Rahul Sahgal, direttore della Camera di commercio Svizzera-Stati Uniti, invita alla prudenza nelle previsioni: «Ogni giorno sento cose diverse». Ritiene comunque plausibile il dazio supplementare del 12,5% legato alle accuse di lavoro forzato, ma sottolinea che finora la Svizzera non è stata trattata in modo più sfavorevole rispetto ad altri Stati, e che anche gli Stati Uniti hanno rispettato quanto concordato nel novembre 2025. Sul divario di 2,5 punti con l’UE invita a tenere presente l’ordine di grandezza: «È ancora troppo presto per parlare di uno svantaggio competitivo rispetto all’UE». Altrettanto determinante, aggiunge, è l’andamento del franco rispetto al dollaro e all’euro — un fronte sul quale l’economia svizzera orientata all’export sta già subendo perdite.
Anche Economiesuisse si attende che i dazi supplementari restino in vigore dopo il 24 luglio, e insiste su ciò che alle imprese serve davvero: condizioni quadro affidabili e prevedibili. Il DEFR conferma che l’obiettivo resta un accordo commerciale giuridicamente vincolante, traguardo condiviso da Camera di commercio, Economiesuisse e Swissmem.
Che cosa significa per il Ticino
Il conto non si ferma alle dogane. I dazi americani sono già uno dei fattori che hanno spinto la Segreteria di Stato dell’economia a rivedere al ribasso le previsioni di crescita, con il PIL svizzero atteso attorno allo 0,8-0,9% e settori chiave in contrazione: il chimico-farmaceutico ha perso il 4,8% e il manifatturiero il 2,4%.
Per il Cantone Ticino l’esposizione è indiretta ma reale. Il mercato del lavoro cantonale ha finora retto meglio della media nazionale — il tasso di disoccupazione in Ticino si è attestato al 2,8% contro il 3,0% svizzero — ma le assunzioni nell’industria d’esportazione, dalla chimica alla meccanica di precisione, restano selettive. Le PMI della fascia di confine affrontano una doppia pressione: reggere i prezzi sui mercati internazionali con un franco forte e mantenere salari attrattivi in un contesto incerto.
Le 4 date e cifre da tenere d’occhio
- 24 luglio 2026 — scadono i dazi supplementari del 10%. Non aspettarsi un ribasso: la sostituzione è data per probabile.
- 12,5% + 2,3% — il dazio supplementare proposto per la Svizzera più la media dei dazi NPF: è la combinazione più citata dagli addetti ai lavori.
- 15% — il tetto che Berna considera vincolante dalla dichiarazione d’intenti del 14.11.2025. È il vero terreno di scontro.
- Rapporto USTR sulle sovraccapacità — non ancora pubblicato. È l’incognita che può spostare il conto finale.
Per chi lavora o investe nell’industria esportatrice, la variabile decisiva delle prossime settimane non è il livello assoluto del dazio, ma la distanza dal trattamento riservato all’UE. Gli aggiornamenti ufficiali sul commercio estero elvetico e sull’andamento dei volumi si seguono sulla pagina Esportazioni Svizzera e sui comunicati del DEFR e della SECO.
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