Dazi USA: la Svizzera nel conto alla rovescia — il 7 luglio l’udienza, il 24 luglio la scadenza decisiva

Claudio Galli

2 Luglio 2026 - 13:14

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Parmelin è tornato da Washington senza un’intesa. Ora il Consiglio federale ha 22 giorni per chiudere i negoziati: se l’accordo non arriva, i dazi aggiuntivi sulle esportazioni svizzere rischiano di salire al 12,5% e la dichiarazione d’intenti di novembre cessa di esistere

Dazi USA: la Svizzera nel conto alla rovescia — il 7 luglio l'udienza, il 24 luglio la scadenza decisiva

Il conto alla rovescia è iniziato. La Svizzera ha 22 giorni per chiudere un accordo commerciale con gli Stati Uniti prima che due scadenze critiche si incrocino e rendano la situazione ben più difficile da gestire. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin è rientrato da Washington il 29 giugno senza poter annunciare alcuna svolta: il colloquio con il rappresentante americano per il commercio Jamieson Greer si è svolto «in clima amichevole», ma di intesa vincolante ancora non c’è.

Il 7 luglio: l’udienza che può cambiare le tariffe

La prima data da cerchiare in rosso è il 7 luglio 2026. Quel giorno lo USTR — lo US Trade Representative, ossia il ministero americano del commercio — terrà un’udienza pubblica nell’ambito delle indagini condotte ai sensi della Sezione 301 del Trade Act contro la Svizzera. L’esito di questo procedimento potrebbe portare a dazi aggiuntivi del 12,5% sulle esportazioni svizzere verso gli USA. Una percentuale leggermente inferiore — il 10% — è prevista solo se la Svizzera introdurrà un divieto formale di importazione di merci prodotte con lavoro forzato, una misura che Berna finora ha rifiutato di adottare, preferendo un approccio integrato di prevenzione.

Le due indagini Section 301 aperte dagli Stati Uniti l’11 e il 12 marzo 2026 riguardano aspetti distinti: la prima punta il dito su presunte sovraccapacità nella produzione industriale svizzera, la seconda contesta l’assenza di un divieto esplicito all’importazione di merci fabbricate con lavoro forzato. Il Consiglio federale ha già depositato le proprie osservazioni scritte, respingendo «con vigore» le accuse e sottolineando che il proprio approccio — basato su regolamentazione pubblica, valutazioni di rischio obbligatorie per il settore privato e cooperazione internazionale — è altrettanto efficace di un divieto formale, «ma diverso nel metodo, non nell’obiettivo».

Il 24 luglio: la scadenza che nessuno vuole

La seconda data è ancora più delicata: il 24 luglio 2026. A quella data scadono i dazi applicati ai sensi della Sezione 122, in vigore dal 24 febbraio 2026 dopo la sentenza della Corte Suprema americana che aveva annullato i dazi IEEPA. La stessa data coincide con la scadenza della dichiarazione d’intenti congiunta stipulata in novembre 2025 tra Berna e Washington, che finora ha funzionato da scudo: è grazie a quell’accordo se la Svizzera ha potuto mantenere una tariffa aggiuntiva del 10%, invece del 39% applicato ad altri partner.

«Un accordo è un accordo», ha dichiarato Parmelin in conferenza stampa presso l’ambasciata svizzera. «Quando ci assumiamo un impegno, lo rispettiamo. È ciò che ci aspettiamo anche dagli Stati Uniti.» Tuttavia, Greer non ha confermato l’impegno americano a rispettare l’intesa di novembre una volta che questa scade.

Bloomberg scrive che «la Svizzera punta a finalizzare un accordo commerciale con gli USA entro la fine di luglio», con l’obiettivo di garantirsi un’aliquota doganale massima del 15% — la soglia considerata accettabile da Economiesuisse — e di non essere penalizzata rispetto ai paesi concorrenti.

Cosa offre la Svizzera per chiudere il negoziato

Per tenere aperto il dialogo, il Consiglio federale ha consegnato a Greer una dichiarazione dettagliata sulle concessioni che intende offrire nell’ambito della dichiarazione d’intenti. Sul tavolo ci sono quattro dossier: il riconoscimento agevolato delle norme americane per i dispositivi medici, la semplificazione delle procedure di valutazione della conformità (per evitare alle aziende test doppi sui due mercati), la riduzione degli ostacoli normativi all’importazione di autovetture USA in Svizzera, e aperture negli appalti pubblici.

Si tratta, in sostanza, di concessioni regolatorie che liberalizzano l’accesso al mercato svizzero per le aziende americane, in cambio di stabilità tariffaria per gli esportatori elvetici. Una logica do ut des che Washington ha adottato con altri partner, ma sulla quale Greer non si è ancora impegnato formalmente.

Cosa rischia il Ticino

La posta in gioco è alta anche per il Cantone. Gli USA sono il primo mercato di sbocco per le esportazioni svizzere, con il settore chimico-farmaceutico come voce principale — un comparto che in Ticino è in crescita, tra i polo biotech di Lugano-Paradiso e i distretti industriali del Sopraceneri. Un’escalation tariffaria renderebbe i prodotti svizzeri meno competitivi nel mercato americano, con ricadute sia sulle aziende esportatrici sia sull’occupazione nell’industria.

Economiesuisse, la federazione delle imprese svizzere, ha chiesto che «i colloqui proseguano senza indugio». La dogana svizzera e il SECO monitorano da vicino l’evoluzione della situazione. Le prossime tre settimane — con l’udienza del 7 luglio e la scadenza del 24 luglio — diranno se Berna riesce a ottenere la stabilità che cerca, o se le imprese svizzere si troveranno a fare i conti con tariffe ancora più elevate.

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# Ticino

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