La riforma «too big to fail» nata dal crac di Credit Suisse deve fissare quanto capitale proprio UBS sarà costretta ad accantonare: fino a 26 miliardi di dollari. La commissione del Consiglio degli Stati conferma la linea più severa, ma non sceglie come applicarla. Il primo voto in aula slitta all’autunno, con in gioco la sicurezza dei risparmiatori e la competitività della piazza finanziaria, filiali e posti di lavoro anche a Lugano.
La Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati (WAK-S) si è riunita il 10 e l’11 agosto e non ha deciso come inasprire le regole sul capitale proprio delle grandi banche di rilevanza sistemica. La commissione è entrata in materia — concorda cioè sul fatto che dopo il crollo di Credit Suisse le esigenze di capitale vadano rafforzate — ma ha rinviato al 31 agosto la scelta sul come farlo. In pratica il primo voto nell’aula del Consiglio degli Stati non arriverà prima dell’autunno.
È il secondo rinvio in pochi mesi. Come avevamo raccontato, già a maggio lo Stati aveva frenato sulla versione più dura del progetto, chiedendo tempo per studiare le alternative. Il nodo resta lo stesso, e non è tecnico soltanto: decide quanto solida — e quanto competitiva — sarà la principale banca del Paese.
Cosa chiede il Consiglio federale
Con il messaggio del 22 aprile 2026, il Governo vuole che le banche sistemiche — di fatto solo UBS — coprano integralmente con capitale proprio di base duro (CET1) il valore contabile delle partecipazioni nelle filiali estere. Oggi la copertura richiesta è di circa il 60%. Per UBS il salto significherebbe accantonare circa 20 miliardi di dollari di nuovo capitale, e fino a 26 miliardi nello scenario più severo, quello che a giugno il Fondo monetario internazionale ha dato ragione a Berna.
L’obiettivo dichiarato è evitare un secondo caso Credit Suisse: in una crisi la casa madre deve poter vendere una filiale estera, in tutto o in parte, senza far crollare i propri indici patrimoniali. UBS giudica però la richiesta eccessiva e ha legato alla chiarezza normativa persino i propri riacquisti di azioni per il 2026.
Perché la partita si è arenata
Sul tavolo della WAK-S ci sono proposte per contare, nella deduzione delle partecipazioni estere, non solo il CET1 ma anche il capitale aggiuntivo di classe 1 (AT1) — obbligazioni ad alto rendimento che, in caso di grave difficoltà della banca, vengono convertite in azioni o azzerate. L’idea è ritoccare questi strumenti perché contribuiscano prima, e in misura maggiore, a stabilizzare l’istituto. La commissione, spiega, cerca un equilibrio «tra il legittimo bisogno di sicurezza della popolazione» e la competitività della piazza, secondo la nota diffusa dai servizi del Parlamento.
Sulla severità delle regole le posizioni restano lontane: PS e Verdi sostengono la linea dura del Governo, UDC e PLR spingono per vincoli più leggeri. A decidere saranno con ogni probabilità i voti del Centro e dei Verdi liberali. La WAK-S riprenderà i lavori il 31 agosto, quando avrà in mano un rapporto dell’amministrazione e dell’Ufficio federale di giustizia sulle varianti in gioco.
Cosa c’è in gioco per il Ticino e per i risparmiatori
UBS è oggi l’unica banca svizzera di rilevanza sistemica globale, e la posta non riguarda solo Zurigo. Più capitale significa più margine di sicurezza per chi ha conti e risparmi presso l’istituto, ma anche potenziali costi in termini di redditività e di scelte strategiche: come abbiamo osservato dopo i conti trimestrali, in Ticino pesano filiali e posti di lavoro, e la piazza finanziaria di Lugano guarda con attenzione al punto d’atterraggio della riforma.
Per il cittadino non cambia nulla nell’immediato: nessun nuovo obbligo, nessuna scadenza. Ma la decisione che maturerà tra fine agosto e l’autunno definirà il perimetro di sicurezza del sistema bancario svizzero per gli anni a venire. Chi vuole seguire l’iter può consultare la pagina della Confederazione dedicata al dispositivo «too big to fail», dove sono raccolti messaggio del Consiglio federale e documenti di riferimento.
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