Utile netto trimestrale in crescita del 17% e un nuovo programma di riacquisto di azioni da 3 miliardi di dollari, annunciati mentre il Parlamento decide quanto capitale in più la banca dovrà detenere. Per la Svizzera italiana contano l’integrazione di Credit Suisse, la rete di sportelli fra Lugano, Locarno, Bellinzona, Chiasso e Mendrisio e il futuro della piazza finanziaria luganese.
UBS ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con un utile netto di 2.8 miliardi di dollari, in crescita del 17% su base annua, ben oltre i circa 2.4 miliardi che si aspettavano gli analisti. Il gruppo di Zurigo — l’unica grande banca globale rimasta in Svizzera dopo l’assorbimento di Credit Suisse — ha annunciato al tempo stesso un nuovo programma di riacquisto di azioni proprie da 3 miliardi di dollari, di cui almeno 1 miliardo entro fine settembre. A trainare i conti sono stati la banca d’investimento (ricavi +26%, «un secondo trimestre da record» per il trading, secondo la nota della banca) e la gestione patrimoniale, che ha raccolto 36 miliardi di dollari di nuovi capitali netti.
Perché un ticinese dovrebbe interessarsene
UBS non è una banca come le altre per la Svizzera italiana. È il principale datore di lavoro bancario del Cantone e, dopo la fusione con l’ex rivale, gestisce una rete che tocca Lugano, Locarno, Bellinzona, Chiasso e Mendrisio. L’integrazione di Credit Suisse — che a livello nazionale porterà alla chiusura di circa 85 filiali e a un ridimensionamento del personale distribuito su più anni — ha già rimodellato la piazza di Lugano: i collaboratori dell’ex Credit Suisse sono stati progressivamente trasferiti nelle sedi UBS e le filiali ticinesi sono state accorpate una dopo l’altra. Ogni trimestre della banca pesa quindi anche sulla tenuta occupazionale del settore e sul ruolo di Lugano come polo del italicowealth management/italico, la gestione dei grandi patrimoni. UBS è quotata alla Borsa di Zurigo (SIX) con il simbolo UBSG: chi vuole seguirne l’andamento trova prezzi e dati fondamentali nella scheda del titolo UBS Group.
Il nodo del capitale: lo scontro con Berna
I buyback, però, arrivano nel momento politicamente più delicato. Dopo il crollo di Credit Suisse nel 2023, il Consiglio federale ha varato in aprile una riforma delle regole «too big to fail» (letteralmente «troppo grande per fallire») che imporrà a UBS di coprire integralmente, con capitale proprio di alta qualità, le sue filiali all’estero. La Confederazione stima un fabbisogno aggiuntivo attorno ai 20 miliardi di dollari — cifra su cui anche il Fondo monetario internazionale ha dato ragione a Berna — e il Parlamento inizia a discuterne proprio in questi mesi. La ministra delle finanze Karin Keller-Sutter ha avvertito che ritirerà alcune concessioni già fatte alla banca se le Camere annacquassero il pacchetto.
Il paradosso è evidente: annunciando 3 miliardi di riacquisti mentre chiede regole più morbide, UBS segnala al mercato di avere capitale in abbondanza, un argomento che i sostenitori di requisiti più severi useranno contro di lei. Al 30 giugno il coefficiente di capitale primario (CET1) era al 14.5%; con la riforma pienamente attuata salirebbe verso il 15.5%. La banca «resta impegnata a superare l’obiettivo di rendimento del capitale», ha fatto sapere, precisando però che il ritmo dei riacquisti dipenderà dall’esito delle nuove regole svizzere.
Cosa cambia per chi ha conti, mutui o un lavoro in banca
Nell’immediato, poco: conti, ipoteche e depositi restano quelli di sempre, e la solidità patrimoniale della banca è oggi superiore ai minimi richiesti. Ma la partita sul capitale deciderà due cose che toccano da vicino la Svizzera italiana:
- Il costo del credito. Regole più severe possono spingere la banca a essere più selettiva su ipoteche e prestiti alle PMI, oppure a ritoccarne le condizioni.
- L’occupazione. Una UBS obbligata a trattenere più capitale e meno libera di remunerare gli azionisti potrebbe accelerare i tagli di costo: e il personale è la voce di spesa principale.
Per il risparmiatore ticinese la lezione è quella già emersa dai confronti tra istituti: non dare per scontato che la banca più grande sia anche la più conveniente. Lo studio Moneyland 2026 ha collocato UBS nella seconda metà della classifica sulla soddisfazione dei clienti, dietro diverse banche cantonali e neobanche digitali.
Chi vuole seguire il dossier può consultare la pagina della Confederazione dedicata alla regolamentazione «too big to fail» e monitorare il titolo, che resta uno dei più pesanti dell’indice SMI. La prossima tappa è parlamentare: dall’esito del voto sulle nuove regole di capitale dipenderà quanto a lungo UBS potrà continuare a restituire miliardi agli azionisti — e con quali margini di manovra sulla piazza di Lugano.
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