Lex UBS, il Consiglio degli Stati impone il 90% di capitale sulle filiali estere: il verdetto arriva con un giorno di anticipo

Claudio Galli

23/09/2026

23/09/2026 - 10:15

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La Camera dei Cantoni boccia sia il 100% preteso da Berna sia il 50% proposto appena una settimana fa dalla sua stessa commissione: vince la via di mezzo al 90%. Il titolo UBS regge in borsa e Ermotti parla di «win-win», ma il dossier passa ora al Consiglio nazionale — ed è la piazza finanziaria ticinese, ancora una volta, ad avere più da perdere o da guadagnare.

Lex UBS, il Consiglio degli Stati impone il 90% di capitale sulle filiali estere: il verdetto arriva con un giorno di anticipo

Mercoledì 23 settembre 2026 il Consiglio degli Stati ha deciso, con 29 voti contro 16, che UBS dovrà coprire con capitale proprio di alta qualità (CET1, il capitale «duro» che assorbe per primo le perdite) il 90% del valore delle sue partecipazioni nelle filiali estere. La Camera dei Cantoni ha scelto la via intermedia proposta da una forte minoranza guidata dal "Centro"-Ständerat Peter Hegglin, bocciando sia il 100% chiesto dal Consiglio federale sia il compromesso al 50% — metà CET1, metà obbligazioni AT1 — che la stessa Commissione dell’economia e dei tributi degli Stati (WAK-S) aveva proposto appena una settimana fa. Il verdetto arriva con un giorno di anticipo sul previsto: il voto era atteso per giovedì 24 settembre, con l’intervento in aula della consigliera federale Karin Keller-Sutter.

Perché la Confederazione vuole più capitale

La riforma, ribattezzata «Lex UBS», nasce dalla lezione del salvataggio d’urgenza di Credit Suisse nel marzo 2023: le perdite di una controllata all’estero non devono più poter erodere il capitale della casa madre svizzera, e in caso di crisi gli attivi esteri devono poter essere venduti senza travolgere il gruppo. È il cuore del regime «too big to fail» pensato per evitare che il crollo di una banca sistemica — di fatto, oggi, la sola UBS dopo l’assorbimento della rivale — trascini con sé l’intera economia. Attualmente le filiali estere sono coperte da capitale duro per circa il 45%; con la riforma la soglia sale a livelli mai visti in Svizzera.

Un compromesso nato in extremis

Sul tavolo del Consiglio degli Stati c’erano tre varianti. Il 100% chiesto dal Governo, difeso anche da una minoranza di sinistra: la consigliera agli Stati socialista Eva Herzog ha calcolato che coprire integralmente le filiali estere costerebbe a UBS «solo» circa 9 miliardi di franchi, già accantonati come riserva. Il compromesso al 50% CET1 più 50% AT1, approvato dalla WAK-S con 10 voti a 2 e un’astensione. E infine il 90% targato Hegglin, che ha raccolto il consenso più ampio in aula. UBS e le principali associazioni economiche del Paese avevano scritto ai senatori nei giorni scorsi per chiedere di respingere sia la versione del Governo sia quella al 90%: secondo la banca, una copertura al 90% «non è un vero compromesso» rispetto alla proposta del Consiglio federale e danneggerebbe in modo duraturo la sua competitività. Nonostante questo, in borsa il titolo UBS è rimasto in territorio positivo anche dopo il voto. «Vogliamo semplicemente trovare una soluzione buona per la Svizzera, ma anche buona per UBS», aveva dichiarato l’amministratore delegato Sergio Ermotti alla vigilia, parlando di una possibilità di «win-win».

Cosa cambia per la piazza finanziaria ticinese

Dopo l’assorbimento di Credit Suisse, UBS è rimasta l’unica grande banca con una rete capillare al Sud delle Alpi — Lugano, Chiasso, Locarno, Bellinzona e Mendrisio — ed è il principale datore di lavoro del settore bancario cantonale. Ticino, Zurigo e Ginevra, i tre «cantoni bancari», si erano schierati apertamente a favore di un ammorbidimento della proposta di Berna, nel timore che regole troppo severe spingano la banca a tagliare costi proprio su filiali e personale, una preoccupazione che pesa già sui conti trimestrali della banca. Il 90% approvato oggi è, per il Ticino, un risultato a metà: meno severo del 100% che i tre cantoni bancari temevano di più, ma più oneroso del 50% che le stesse pressioni cantonali avevano contribuito a portare in commissione appena la settimana scorsa.

I prossimi passi

Il testo passa ora al Consiglio nazionale, chiamato a esprimersi sulla stessa revisione della Legge sulle banche; se le due Camere non troveranno un’intesa sui dettagli, si aprirà la consueta procedura di appianamento delle divergenze. Sul piano internazionale, anche il Fondo monetario internazionale aveva già dato ragione a Berna sulla necessità di regole più severe per le banche sistemiche. I tempi restano comunque lunghi: una legge definitiva non è attesa prima della fine del 2026, e l’entrata in vigore concreta non prima del 2027.

Per chi ha azioni UBS nel pilastro 3a o nel deposito titoli, o lavora in una delle filiali ticinesi della banca, il messaggio resta quello di seguire il dossier senza allarmismi: nell’immediato conti, ipoteche e depositi restano quelli di sempre. Chi vuole monitorare l’andamento del titolo trova prezzi e dati fondamentali nella scheda di moneymag.ch sull’azione UBS Group.

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# Ticino

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