INTERVISTA Ecco CellarVerse, ovvero il vino che diventa NFT e dal Ticino va alla conquista della generazione X

Sara Bracchetti

11/01/2023

11/01/2023 - 18:00

condividi
Facebook
twitter whatsapp

Bottiglie rare, addirittura uniche, opere d’arte certificate da uno smartcontract: così la start-up di Chiasso, in cerca di investitori, sfrutterà la blockchain per «offrire nuove opportunità e canali di vendita alle cantine, nuove passioni ai giovani»

INTERVISTA Ecco CellarVerse, ovvero il vino che diventa NFT e dal Ticino va alla conquista della generazione X

Dicono che il futuro del vino non sia più nelle cantine; dove matura, invecchia, raggiunge equilibrio e armonia ma, a ben riflettere, non si valorizza tanto quanto potrebbe. Dicono, e ormai da parecchio, che le opportunità siano da cercare altrove: e a fare capolino, fra la rosa delle ipotesi più o meno ovvie o fondate, è un termine che con il vino e i suoi colori, i profumi, il gusto parrebbe proprio non avere nulla a che fare. Pensate alla blockchain; al mondo virtuale e a quanto lontano sembri dall’idea di corpo e di sapore cui un calice allude al primo sguardo.

Dalle cantine al metaverso

Eppure è quel che è, vi paia oppure no. E due termini così di primo acchito disparati si ritrovano sempre più spesso insieme, nella realtà delle associazioni di categoria, degli eventi dedicati o, semplicemente, di una ricerca su Internet attraverso cui capire la direzione che si prende. Il vino comincia a trovare nuove strade, per incontrare il pubblico; non poteva non tentare quella del Web 3.0, con le sue promesse di futuro e possibilità inimmaginabili. È qui che guarda proprio CellarVerse, startup che da Chiasso si muove verso un avvenire inevitabilmente fatto di «NFT e Metaverso».

Non solo vino, ma cultura che si diffonde

Possibile? Eccome, spiegano Paolo Angeleri e Rosangela Mastronardi, ideatori di un progetto che aspira a offrire nuove opportunità di vendita a un settore consolidato e di acquisto a una clientela giovane e "social", età idealmente compresa tra i 20 e i 45 anni. Chi per il vino ha una passione; chi ne è incuriosito e chi vuole approfondire, ammaliato anche dal luogo in cui si trova: la blockchain. Che cosa c’entrano l’uno con l’altra? «Dentro a una bottiglia c’è molto altro. C’è passione, cultura, tradizione. Se si riesce a portarla a un livello che non sia semplicemente fisico, si può diffondere anche quest’altro contenuto».

Una community fatta di «esperienze immersive»

Un’esperienza immersiva, rivolta a chi abbia l’audacia di coniugare due mondi e voglia provare l’ebbrezza del possesso di un vino di classe senza necessariamente portarselo subito a casa; lasciandolo nella cantina d’origine, habitat ideale, fino al giorno in cui verrà la voglia o il momento di gustarlo e potrà farselo spedire a domicilio. Nel frattempo, la proprietà sarà garantita da un NFT, senza necessità alcuna di avere un wallet o di pagare in criptovaluta. «L’NFT viene comunque associato al profilo utente e lì può restare, se il cliente non è interessato a trasferirlo: non potrà venderlo a qualcuno, come forma di investimento, ma potrà possederlo», spiega Paolo, fondatore con Rosangela di un’impresa che, allargata ad altri due soci, ha ufficialmente visto la luce lo scorso marzo. Entrambi esperti di finanza; appassionati di arte, di vino ovviamente; Paolo anche di tecnologia. «CellarVerse nasce dall’unione di passioni. È stata creata con capitali propri, ma non è la nostra attività principale». Non ancora.

Si punta anche ai vini svizzeri

L’azienda non ha ancora compiuto un anno, ma già cerca investitori per potere crescere. Dal piccolo Ticino pensa in grande; prova ad allargarsi e a convincere, a superare prevedibili difficoltà. «Per il momento le cantine che collaborano con noi sono dieci, tutte italiane. Ciascuna ha offerto 12 bottiglie. Abbiamo provato a invitare anche i produttori ticinesi, ma al momento abbiamo incontrato riluttanza». La blockchain sembra fare un po’ più di paura, qui. «Ma è qui che vogliamo stare: perché la Svizzera e il Ticino rappresentano un ecosistema di innovazione da cui CellarVerse può trarre beneficio».

Appuntamento real-virtuale a Lugano

A quale scopo? L’idea, di base, è perfino semplice. «CellarVerse vuole essere un punto di riferimento per appassionati e operatori del settore. Alle cantine offriamo un canale di accesso che sfrutta le nuove tecnologie per abbracciare una nuova fascia di clientela possibile, quella della generazione X». Alla quale non si propongono bottiglie qualunque, ma vini selezionati, in edizione vintage, limited o con etichetta decorata da un artista: è la nuova frontiera verso cui CellarVerse, ancora ai suoi albori, già si sta estendendo. Quella dove il vino diventa opera d’arte, la bottiglia un oggetto senza eguali: la prima sarà venduta in un ristorante di Lugano, in un incontro che si terrà in febbraio.

La qualità, innanzi tutto: «Non si transige»

Reale, questa volta. Perché CellarVerse, nelle intenzioni che prendono forma progressiva, è fatta anche di appuntamenti virtuali, membership ed eventi in una cantina del metaverso dove scambiare idee e buoni propositi, presentare prodotti e incontrare il favore degli avatar. «Ma la qualità rimane il nostro obiettivo primario». Non l’arte, non la blockchain fine a se stessa. «Sulla qualità non indulgiamo». Tutto il resto viene dopo. Ecco che quindi CellarVerse, dove al momento vi sono 48 bottiglie disponibili a prezzi compresi fra 120 e 300 euro, non aspira ai grandi numeri. Non più di 240 bottiglie all’anno per cantina, release a non meno di un mese l’uno dall’altro. «Non vogliamo essere un ecommerce. Vogliamo dare qualcosa di diverso; un’esperienza unica, estesa».

Un vino «a prova di truffa»: possibile?

Come non ce ne sono o quasi. Vero che si parla spesso di vino e blockchain in combinata, ma più per una questione di tracciabilità che per la vendita di un prodotto come non ne esistono sul mercato, fatto di valore della bottiglia, ma anche di spese di stoccaggio e di spedizione, NFT, accesso alla community. Ed è a questo punto che sorgono le domande più insidiose, davanti a qualcosa che si costruisce giorno per giorno e, buono nelle idee, manca ancora di collaudo. Che il vino si presti alle truffe, insomma, non è neanche una notizia. «Noi però offriamo garanzie. Gli NFT sono smart-contract, è possibile verificare se sono originali, se il vino è disponibile oppure è già stato bevuto. Esiste una garanzia da parte nostra e una da parte del produttore, che tiene la bottiglia in cantina e certifica che non venga aperta».

Ecco come finisce l’NFT a vino consumato

Caso uno. Il vino non è della qualità garantita; o non è quello che dice l’etichetta. «Ne va della faccia della casa vinicola. Perché perderla, per dodici bottiglie? A ogni modo, se dovesse accaderre provvederemmo alla sostituzione». Caso due: la bottiglia non c’è più, vuoi anche solo perché l’azienda fallisce. «Il consumatore verrebbe risarcito». Caso tre: l’NFT viene venduto a terzi, passa di mano in mano, ma la bottiglia no. Si perde nei meandri della blockchain, bevuta all’insaputa di chi compra un oggetto "vuoto". «Non è possibile. Dopo che il vino viene bevuto, l’NFT non viene eliminato: resta come badge e prova di appartenenza alla community. Viene però segnalato che non è più legato a niente. Vale solo come membership, non è portatore di valore economico legato al vino».

Un bene rifugio che piace molto all’estero

Che, ultimamente soprattutto, è sempre più interessante per il pubblico degli investitori, possibile bene rifugio di un mondo che non ha più certezze stabili. «Noi non ci posizioniamo qui. È vero però che negli ultimi due tre anni il vino ha incrementato il proprio appeal. Gli acquirenti sono principalmente stranieri. I nostri? Italiani e svizzeri». Aspettando, ora, anche i vini ticinesi.

Iscriviti alla newsletter