Acciaio, l’UE stringe i contingenti e la Svizzera resta senza esenzione: dazio al 50% oltre quota, mentre il Liechtenstein è salvo

Claudio Galli

22 Luglio 2026 - 10:13

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Dal 1° luglio Bruxelles ha tagliato di circa un terzo i volumi che la Confederazione può esportare in franchigia e raddoppiato il dazio sull’eccedenza. Berna ha inseguito per mesi lo stesso trattamento dei Paesi SEE, senza ottenerlo. Swissmem parla di contingenti «nettamente inferiori»: ecco chi rischia di pagare il conto, dalle acciaierie alle PMI metalmeccaniche del Sottoceneri.

Acciaio, l'UE stringe i contingenti e la Svizzera resta senza esenzione: dazio al 50% oltre quota, mentre il Liechtenstein è salvo

Da inizio luglio l’Unione europea applica misure di salvaguardia più dure sull’acciaio importato, e la Svizzera è finita fra i Paesi colpiti. Per i partner che hanno un accordo con Bruxelles — la Confederazione e altri undici Stati — i volumi esentati dai dazi scendono in media di circa il 33% rispetto a prima, mentre chi supera il contingente si vede applicare un dazio del 50%, il doppio del 25% precedente.

La misura nasce da un problema che con il Ticino c’entra poco solo in apparenza: l’eccesso di capacità produttiva mondiale, alimentato soprattutto dall’acciaio cinese a basso prezzo. Per proteggere le proprie acciaierie, l’UE ha ristretto le maglie a tutti, alleati compresi. E qui sta il punto che riguarda da vicino la piazza industriale svizzera: il mercato europeo è di gran lunga il primo sbocco per l’acciaio elvetico, e ogni tonnellata che non entra più in franchigia diventa più cara.

Quanto potrà ancora esportare la Svizzera

I numeri aiutano a capire la portata della stretta. Secondo le condizioni negoziate fra Berna e Bruxelles, il quadro per la Confederazione è questo:

  • circa 383’000 tonnellate di acciaio esportabili verso l’UE senza dazio nel prossimo periodo — un dato che, preso da solo, supera perfino il totale esportato lo scorso anno;
  • ma rispetto alla media 2022–2024 il volume complessivo esente cala di circa il 18%;
  • e nelle sei categorie di prodotto più importanti per l’industria svizzera la riduzione arriva fino a circa il 35%;
  • oltre il contingente scatta il dazio del 50%, che di fatto rende molte spedizioni non più competitive.

In altre parole: sulla carta il tetto sembra generoso, ma è concentrato su prodotti marginali. Sulle tipologie di acciaio che le aziende elvetiche vendono davvero in Europa, lo spazio a dazio zero si assottiglia in modo sensibile. Per capire come funziona la barriera doganale nel concreto — chi paga, quando e su cosa — resta utile la nostra scheda su come funziona la dogana svizzera.

Perché la Svizzera è esclusa e il Liechtenstein no

L’aspetto che a Berna brucia di più è politico. L’esenzione piena dalle nuove misure è stata concessa ai Paesi dello Spazio economico europeo (SEE): Norvegia, Islanda e — dettaglio che in Svizzera fa rumore — il Liechtenstein, il piccolo vicino con cui la Confederazione condivide moneta e unione doganale. La Svizzera, che nel SEE non è mai entrata dopo il no popolare del 1992, resta invece nel gruppo dei «partner con accordo», soggetti alla tagliola dei contingenti.

Per mesi la Confederazione ha cercato di ottenere lo stesso trattamento dei Paesi SEE. Non c’è riuscita. È un promemoria concreto di quanto la posizione elvetica dipenda dallo stato dei rapporti con l’UE, un dossier in cui il negoziato tra Berna e Bruxelles resta impigliato sulla via bilaterale e che ora produce effetti misurabili sul commercio, non solo sulle dichiarazioni d’intenti.

Cosa dice l’industria

La reazione più netta arriva da Swissmem, l’associazione dell’industria metalmeccanica ed elettrica svizzera (il settore MEM, che pesa in modo importante anche nel tessuto produttivo ticinese e del Mendrisiotto). Per Jean-Philippe Kohl, vicedirettore e responsabile della politica economica, i contingenti assegnati alla Svizzera sui vari prodotti siderurgici sono «nettamente inferiori a quelli del passato», e la decisione «non tiene in alcun modo conto» della stretta partnership economica e politica fra UE e Confederazione.

Swissmem mette in guardia anche su un effetto meno visibile: a essere penalizzate non sono soltanto le acciaierie elvetiche — su tutte lo Swiss Steel Group di Emmenbrücke e la Stahl Gerlafingen — ma anche i loro clienti nell’UE, che lavorano quell’acciaio e a loro volta rischiano di trovarsi con costi più alti. È la catena di fornitura transfrontaliera a rischiare l’ingorgo, e con essa una parte delle esportazioni svizzere che tengono in piedi molte PMI del Sopra e Sottoceneri.

Cosa cambia per il Ticino

Nell’immediato, per chi vive in Ticino, non c’è un rincaro da cassa: l’acciaio non finisce nel carrello della spesa. L’effetto è più a monte, e per questo va seguito. Un fabbricante di componenti del Mendrisiotto che vende semilavorati in Lombardia o in Germania si trova un mercato europeo più costoso e più burocratico; un’impresa edile che importa profilati potrebbe vedere ribaltarsi sui prezzi, con qualche mese di ritardo, l’aumento dei dazi lungo la filiera.

Sullo sfondo resta la fotografia di una Svizzera stretta in una morsa commerciale su due fronti: dopo la pressione tariffaria statunitense, ora la barriera europea sull’acciaio. Due dossier diversi, ma la stessa lezione per la piazza industriale elvetica — la sua competitività dipende sempre più da accordi che si giocano lontano da Berna.

Chi lavora nell’export può verificare la propria esposizione consultando le classificazioni doganali dei prodotti interessati e i comunicati di categoria: la posizione ufficiale dell’industria è pubblicata da Swissmem, mentre i dettagli tecnici sui contingenti e sulle aliquote sono nelle note informative della Segreteria di Stato dell’economia (SECO).

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# Ticino

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