Tassa sulla salute dei frontalieri, il conto si avvicina: dal 3% al 6% dello stipendio netto (tra 30 e 200 euro al mese), ecco chi paga e da quando

Claudio Galli

4 Agosto 2026 - 07:11

condividi
Facebook
twitter whatsapp

Le Regioni italiane di confine puntano a rendere operativo entro l’autunno il contributo sanitario sui «vecchi» frontalieri. Chi lavora in Ticino rischia un prelievo mensile in euro sul salario percepito in franchi, mentre il Cantone contesta la misura come illegittima. Ecco a chi si applica, quanto costa e perché non è ancora partita.

Tassa sulla salute dei frontalieri, il conto si avvicina: dal 3% al 6% dello stipendio netto (tra 30 e 200 euro al mese), ecco chi paga e da quando

Dopo due anni di annunci, rinvii e pareri legali contrapposti, la cosiddetta tassa sulla salute dei frontalieri torna a farsi concreta. Le Regioni italiane di confine — Lombardia in testa — hanno indicato l’obiettivo di rendere operativo il prelievo entro l’autunno, calcolandolo sui redditi percepiti nel 2025. Per le decine di migliaia di residenti in Italia che ogni giorno varcano il confine per lavorare in Ticino significa un contributo aggiuntivo che pesa direttamente sulla busta paga.

Il meccanismo è quello fissato dalla Legge di bilancio italiana (legge 213 del 2023): un contributo compreso tra il 3% e il 6% del reddito netto, con un minimo di 30 e un massimo di 200 euro al mese. Formalmente si chiama «contributo di partecipazione alla spesa sanitaria nazionale», ma la sostanza è un prelievo su chi guadagna in Svizzera e risiede oltre confine.

A chi si applica (e chi resta escluso)

Il contributo colpisce solo i «vecchi frontalieri»: chi era già occupato in Svizzera prima del 17 luglio 2023, la data di entrata in vigore del nuovo Accordo fiscale italo-svizzero. Sono i lavoratori che continuano a essere tassati esclusivamente alla fonte in Svizzera e per i quali la Confederazione retrocede ai Comuni italiani di confine i cosiddetti ristorni (il 40% dell’imposta trattenuta).

Chi invece è diventato frontaliere dal 18 luglio 2023 in poi rientra nel regime della doppia imposizione previsto dal nuovo Accordo fiscale sui frontalieri e non è toccato dalla tassa sulla salute. La distinzione tra «vecchi» e «nuovi» frontalieri, spesso sottovalutata, in questo caso fa la differenza tra pagare e non pagare.

Quanto si paga davvero

La forbice del prelievo è la stessa per tutte le Regioni, ma l’aliquota effettiva la decidono i governi regionali. Ad oggi:

  • la Lombardia, dove risiede la gran parte dei frontalieri del Ticino, è orientata verso l’aliquota minima, il 3% del reddito netto;
  • il calcolo avverrebbe sui redditi 2025, mentre il 2024 non verrebbe considerato;
  • restano fermi i limiti di legge: non meno di 30 euro e non più di 200 euro al mese, cioè fino a 2’400 euro l’anno nei casi di reddito più alto.

Va ricordato che il salario di riferimento è quello incassato in CHF in Svizzera, ma il contributo è dovuto e calcolato in euro secondo le regole fiscali italiane: un dettaglio che, con l’attuale rapporto di cambio, incide sul conto finale.

Perché non è ancora partita

Nonostante il decreto ministeriale del novembre 2025 abbia dato formalmente il via libera, ad oggi nessun frontaliere è stato chiamato a pagare. Il motivo è procedurale: Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta non hanno ancora emanato i rispettivi decreti regionali attuativi, senza i quali la riscossione non può scattare.

C’è poi un nodo tecnico non secondario: la Svizzera ha confermato che non trasmetterà all’Italia i dati reddituali dei vecchi frontalieri. Senza quelle informazioni, le Regioni non dispongono della base di calcolo per applicare l’aliquota in modo uniforme — un ostacolo che finora ha contribuito ai continui slittamenti.

Il Ticino contesta: «È un’imposta e viola l’accordo»

Sul fronte svizzero la misura resta apertamente contestata. Una perizia giuridica commissionata dal Consiglio di Stato ticinese ha concluso che il contributo ha natura sostanzialmente fiscale e che, in quanto tale, è incompatibile con l’articolo 9 dell’Accordo sulla tassazione dei frontalieri: quella norma stabilisce che solo la Confederazione può tassare il reddito da lavoro dei «vecchi» frontalieri. Alcuni giuristi spingono oltre, ipotizzando un contrasto anche con l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea, dato che la tassa nasce anche per frenare l’esodo di personale medico e infermieristico verso gli ospedali ticinesi.

La posizione di Berna è però più prudente: il Governo federale non ravvisa una violazione manifesta dell’Accordo e si è detto contrario a bloccare i ristorni verso l’Italia come misura di ritorsione. Nelle prossime settimane è atteso un nuovo incontro bilaterale tra i due Paesi, con Ministero dell’Economia italiano, Agenzia delle Entrate, Regioni di confine e autorità fiscali dei Cantoni interessati: potrebbe essere lì che si decide la sorte del prelievo.

Cosa fare ora

In attesa dei decreti regionali, chi lavora in Ticino ha un solo compito immediato: verificare la propria posizione. Chi è frontaliere da prima del 17 luglio 2023 rientra tra i potenziali contribuenti e ha interesse a seguire da vicino le mosse della Regione Lombardia; chi lo è diventato dopo non deve invece nulla a questo titolo. In entrambi i casi conviene tenere in ordine la documentazione reddituale del 2025 e valutare, con il proprio sindacato o un centro di consulenza, l’impatto del contributo insieme agli altri adempimenti annuali legati alla dichiarazione dei redditi. Finché i decreti attuativi non usciranno, nessun versamento è dovuto: ma il conto, salvo colpi di scena diplomatici, si avvicina.

 [3]

Argomenti

# Ticino

Iscriviti alla newsletter