Il Parlamento ha stabilito che i salari minimi dei contratti collettivi di obbligatorietà generale prevalgono su quelli cantonali. Per il Ticino, però, il salario minimo resta protetto e ancorato alle soglie in vigore, fra 20.00 e 20.50 franchi l’ora. Ecco cosa è stato deciso a Berna, perché MPS e sindacati lanciano comunque il referendum e cosa controllare sulla busta paga.
Il 19 giugno il Parlamento federale ha approvato in votazione finale la revisione della legge sul conferimento del carattere obbligatorio generale ai contratti collettivi di lavoro, e in Ticino la decisione ha subito acceso lo scontro politico. La nuova norma stabilisce che, in futuro, i salari minimi fissati nei contratti collettivi di lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale dovranno prevalere su quelli stabiliti per legge dai Cantoni. Per chi lavora alle nostre latitudini la domanda è una sola: il salario minimo cantonale ticinese è in pericolo? La risposta breve è no — ma il tema merita di essere spiegato, perché su questa partita si gioca un pezzo di come funziona il salario minimo in Svizzera e dell’autonomia dei Cantoni.
Cosa ha deciso il Parlamento il 19 giugno
Il principio approvato è che, quando un settore è coperto da un CCL dichiarato di italicoobbligatorietà generale/italico dalla Confederazione, i salari minimi di quel contratto fanno testo e prevalgono sulle soglie cantonali. Per i sostenitori — la maggioranza borghese delle Camere — è un modo per rafforzare il partenariato sociale, cioè la contrattazione fra associazioni di datori di lavoro e sindacati, ed evitare che le condizioni di lavoro si frammentino Cantone per Cantone.
La parte decisiva, però, è il compromesso introdotto dal Consiglio degli Stati e poi fatto proprio dal Consiglio nazionale. Due le clausole che cambiano tutto:
- i Cantoni che hanno già fissato un salario minimo possono mantenerlo;
- i futuri CCL non potranno prevedere salari inferiori a quelli cantonali.
In altre parole, la legge non spazza via i minimi cantonali: li protegge da nuovi contratti al ribasso e lascia in piedi i regimi esistenti.
Il salario minimo ticinese è a rischio?
Concretamente, no. Secondo la lettura del compromesso, Ginevra e Neuchâtel — che avevano stabilito la prevalenza del proprio salario minimo cantonale — mantengono quel regime. Giura, Ticino e Basilea Città non sono direttamente interessati, perché nei loro ordinamenti i CCL di obbligatorietà generale avevano già la precedenza. Tradotto per il lavoratore ticinese: oggi, sulla tua busta paga, non cambia nulla.
Resta valido quindi il salario minimo cantonale così come lo conosciamo. Il decreto in vigore dal 1° gennaio 2026 fissa la retribuzione minima in una forbice tra una soglia di 20.00 franchi e una soglia di 20.50 franchi l’ora, a seconda del settore e dell’eventuale aggancio a un contratto collettivo. È uno strumento nato da una scelta popolare e poi entrato gradualmente a regime, e vale la pena ricordare quanto vale e a chi si applica il salario minimo in Ticino, perché è la rete sotto cui le retribuzioni non dovrebbero scendere.
Sono inoltre già programmati gli aumenti dei prossimi anni: la forbice salirà a 20.50–21.00 franchi nel 2027, a 21.00–21.50 nel 2028 e a 21.75–22.25 nel 2029, con l’indicizzazione automatica al rincaro a partire dal 2030.
Perché allora arriva il referendum
Se per il Ticino non cambia nulla nell’immediato, perché tanta mobilitazione? Per due ordini di ragioni, una nazionale e una cantonale.
Sul piano federale, l’Unione sindacale svizzera (USS) ha annunciato il referendum contro la nuova normativa: se le firme saranno raccolte, la parola passerà al corpo elettorale di tutta la Svizzera. Il timore della sinistra è che, in prospettiva, salari minimi negoziati fra privati possano scavalcare quelli decisi in votazione popolare, indebolendo uno strumento «con il suggello» del voto.
Sul piano cantonale, Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi (MPS-Indipendenti) hanno depositato una domanda di referendum cantonale, invitando il Gran Consiglio a chiedere che la revisione sia sottoposta al voto popolare. Il loro argomento è soprattutto di principio: «italicouna decisione democratica adottata da un Cantone non può essere neutralizzata attraverso una modifica della legislazione federale/italico». La questione, sottolineano, è particolarmente sensibile in un Cantone di frontiera come il nostro, dove la pressione sul mercato del lavoro e il dumping salariale restano un problema concreto. Una mossa analoga è stata avviata anche a Neuchâtel, dove il Gran Consiglio ha chiesto un referendum cantonale.
Cosa significa per la tua busta paga (e cosa controllare)
Per il lavoratore in Ticino, oggi, valgono tre punti pratici:
- Il minimo resta quello cantonale: se il tuo settore non è coperto da un CCL di obbligatorietà generale, la retribuzione non può scendere sotto le soglie di 20.00–20.50 franchi l’ora previste per il 2026.
- Se il tuo settore ha un CCL, è quel contratto a stabilire il minimo applicabile: verifica a quale ramo professionale appartieni e quali tariffe prevede.
- Nulla cambia per ora: la riforma riguarda il rapporto tra CCL e minimi cantonali a livello di sistema, e i suoi effetti dipenderanno anche dall’esito degli eventuali referendum.
Vale comunque la pena tenere d’occhio il proprio cedolino, anche perché in Ticino un frontaliere guadagna in media circa il 20% in meno di un residente a parità di funzione, e i minimi salariali sono uno degli argini contro questo divario. Chi vuole verificare l’importo aggiornato e il campo di applicazione del salario minimo cantonale può consultare le tabelle ufficiali dell’Ufficio dell’ispettorato del lavoro sul portale del Cantone. La partita, sul piano politico, è appena cominciata: la prossima tappa sarà capire se e quando si voterà.
[3]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti alla newsletter