Il Consiglio di Stato ha sospeso il 46% dei ristorni 2026, oltre 50 milioni di franchi, come contromisura alla «tassa sulla salute» che la Regione Lombardia vuole imporre ai vecchi frontalieri. Ecco perché è successo, quali cifre sono in gioco e perché in busta paga, per ora, non cambia nulla.
Il 30 giugno 2026 il Consiglio di Stato ticinese ha deciso all’unanimità di trattenere una parte consistente dei ristorni destinati all’Italia. Nel giorno stesso in cui scadeva il pagamento, il Cantone ha versato 58’889’283 franchi alla Lombardia e ne ha bloccati 50’221’177, pari al 46% del totale dovuto per l’anno in corso. La quota del Piemonte, 8’668’106 franchi, è stata invece versata per intero: la Regione ha rinunciato ad applicare la misura all’origine della controversia.
Alla conferenza stampa da Palazzo delle Orsoline, a Bellinzona, erano presenti il presidente del Governo Claudio Zali, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia Christian Vitta e il direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa. Zali ha parlato di «blocco cautelativo»: una sospensione temporanea, non una cancellazione, che il Cantone si riserva di sciogliere gradualmente se la controparte italiana congelerà o ritirerà il prelievo contestato.
Perché il Cantone ha bloccato metà dei ristorni
All’origine c’è la cosiddetta «tassa sulla salute», formalmente un «contributo di compartecipazione al servizio sanitario nazionale», che una legge di bilancio italiana consente alle Regioni di confine di prelevare sui «vecchi» frontalieri: i lavoratori che rientrano nell’articolo 9 del nuovo Accordo sui frontalieri, entrato in vigore il 17 luglio 2023 e applicabile dal 1° gennaio 2024. Sono le persone che, secondo l’intesa, devono essere tassate esclusivamente in Svizzera.
L’unica Regione ad aver manifestato la volontà di applicare il tributo, con potenziale effetto retroattivo dal 2024, è la Lombardia. Una perizia giuridica commissionata dal Cantone al professor Hinny qualifica la «tassa sulla salute» come una vera e propria imposta e, in quanto tale, come una violazione degli accordi fiscali tra Svizzera e Italia, che vietano la doppia imposizione dei vecchi frontalieri. Da qui la contromisura. Nel frattempo la stessa Lombardia ha chiesto al Ministero dell’Economia di posticipare l’entrata in vigore al 2027, con effetto sulla trattenuta 2026 e in attesa del via libera della Ragioneria generale dello Stato.
I ristorni, va ricordato, sono una partita di giro tra la Confederazione e le amministrazioni italiane, non una voce che il singolo lavoratore vede sulla propria dichiarazione dei redditi: la Svizzera retrocede una quota del gettito dell’imposta alla fonte pagata dai frontalieri ai Comuni di confine. Fino al 2033 la Confederazione ne restituisce il 40%. In mezzo secolo di validità del meccanismo, il solo Cantone Ticino ha girato all’Italia circa 2 miliardi di franchi.
Cosa cambia per chi lavora oltre confine
Per i quasi 80’000 frontalieri attivi in Ticino, nell’immediato, non cambia nulla. Lo ha ribadito lo stesso Governo: la sospensione riguarda i rapporti istituzionali tra Cantone, Confederazione e Regione, e non produce effetti diretti sui lavoratori. Nessuna trattenuta aggiuntiva in busta paga, nessuna variazione dell’imposta alla fonte a causa del blocco.
La partita vera, per il portafoglio dei diretti interessati, è l’altra: la «tassa sulla salute». Se e quando la Lombardia riuscirà ad applicarla, a pagare sarebbero i vecchi frontalieri, cioè chi lavorava già oltre confine prima del 17 luglio 2023 e continua a essere tassato solo in Svizzera. Chi è invece «nuovo» frontaliere è già oggi soggetto al regime di imposizione concorrente introdotto dal nuovo accordo fiscale. È su questo fronte che conviene tenere gli occhi aperti, più che sul congelamento dei ristorni in sé.
Le reazioni e i prossimi passi
La decisione ha spaccato il fronte politico. La Lega dei Ticinesi ha applaudito con «parziale soddisfazione», chiedendo però una linea ancora più dura sui circa 110 milioni di franchi che ogni anno varcano il confine. L’UDC ha parlato di «battaglia sbagliata», sostenendo che la tassa italiana penalizzerebbe proprio i vecchi frontalieri riducendone il vantaggio competitivo. Il Movimento per il Socialismo ha bollato la mossa come «un passo nella direzione sbagliata», che rischia di trasformare i frontalieri in capro espiatorio.
Sul piano diplomatico, lo stesso 30 giugno la consigliera federale Karin Keller-Sutter ha incontrato a Roma il ministro Giancarlo Giorgetti, che ha stigmatizzato la scelta ticinese come una violazione dell’Accordo del 2020. Zali, dal canto suo, ha ammesso che «non onorare completamente la fattura dei ristorni non è conforme all’accordo», ma ha rivendicato che il Ticino «non è il primo ad averlo violato», leggendo la mossa anche come un segnale verso Berna. I Comuni italiani di frontiera, che dei ristorni sono i beneficiari finali, hanno intanto chiesto un incontro urgente con Roma.
Per ora la posizione da tenere è semplice: chi lavora in Ticino non deve fare nulla, perché la busta paga non è toccata. Chi è un vecchio frontaliere farà bene a seguire l’evoluzione della «tassa sulla salute» lombarda, l’unica misura che, se applicata, inciderebbe davvero sul reddito netto.
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