Gli economisti della grande banca vedono nell’ascesa industriale cinese un rischio più duraturo dei dazi voluti da Trump: colpisce proprio meccanica, elettrotecnica e tecnologia medicale, i settori su cui il Mendrisiotto ha costruito la sua industria di precisione.
Per una volta, non sono i dazi di Donald Trump la preoccupazione principale degli economisti UBS per l’industria svizzera. Nel suo outlook economico pubblicato giovedì scorso, la banca ha messo nero su bianco un giudizio che ribalta la narrazione degli ultimi mesi: la vera sfida di lungo periodo per la Confederazione non è Washington, ma Pechino. E i settori più esposti sono esattamente quelli su cui il Ticino ha costruito parte della propria identità industriale: meccanica di precisione, elettrotecnica e tecnologia medicale.
Il dato che rassicura, sul breve termine, riguarda i dazi americani. L’aliquota media pagata oggi dalle aziende svizzere che esportano negli Stati Uniti è scesa a circa il 6%, e il divario con l’Unione europea si è ridotto a poco. Per l’industria nel suo complesso l’effetto resta «gestibile», spiega UBS, anche perché il settore farmaceutico — che pesa molto sull’export elvetico — beneficia di eccezioni specifiche.
Perché la Cina preoccupa più dei dazi americani
Il ragionamento degli economisti UBS, l’istituto guidato da Sergio Ermotti, è strutturale, non congiunturale. Nell’ultimo decennio la Cina si è trasformata da «fabbrica del mondo» a polo di alta tecnologia: ha costruito una filiera dei semiconduttori praticamente da zero e nel settore automobilistico ha ormai raggiunto i produttori occidentali. Ora le aziende cinesi si affacciano sempre più spesso come concorrenti dirette in comparti tecnologicamente intensivi — meccanica, elettrotecnica, chimica e tecnologia medicale — proprio le nicchie in cui la Svizzera ha finora goduto di un vantaggio quasi indiscusso.
A spingere le aziende cinesi sui mercati internazionali sono la sovraccapacità produttiva interna e una domanda domestica debole: il risultato, secondo UBS, è una pressione competitiva che «si avvicina al cuore del modello industriale svizzero». Per ora la Confederazione si trova ancora in una posizione relativamente favorevole rispetto ad altri Paesi europei, perché le sue esportazioni si concentrano su prodotti di fascia alta — farmaceutica, strumenti di precisione, orologi, macchinari specializzati — dove l’offerta cinese non è ancora così competitiva. Ma l’economista UBS Meret Mügeli è netta: le aziende cinesi stanno avanzando proprio in meccanica e tecnologia medicale, ossia nei campi finora considerati il punto di forza dell’industria elvetica.
Cosa significa per le imprese del Mendrisiotto e della Leventina
Il Ticino non è uno spettatore neutrale di questa dinamica. Il Cantone ospita una filiera di aziende della tecnologia medicale che ha nel gruppo di Castel San Pietro, Medacta, il suo esponente più visibile — un settore, l’ortopedia e la chirurgia protesica, che rientra proprio tra quelli citati da UBS come esposti alla concorrenza cinese di fascia crescente. Anche la meccanica di precisione, storicamente forte tra Mendrisiotto e Alto Ticino, condivide lo stesso profilo di rischio.
Non è un rischio immediato: le aziende ticinesi competono ancora su prodotti ad alto valore aggiunto, dove il differenziale tecnologico resta significativo. Ma non è nemmeno la prima volta che l’industria svizzera dei metalli e della meccanica si trova a fronteggiare uno shock esterno, e l’indicazione di UBS è che questo vantaggio va difeso attivamente, non dato per acquisito. La banca prevede infatti che sempre più aziende svizzere sposteranno parte della produzione direttamente nei mercati di sbocco, per aggirare le barriere tariffarie e rendere le catene di fornitura meno vulnerabili — una tendenza che riguarda anche le multinazionali con base in Ticino.
Cosa cambia sui tassi e sulla crescita
Sul fronte macroeconomico, UBS resta relativamente ottimista: nonostante le tensioni commerciali, la crescita svizzera dovrebbe tornare gradualmente verso il trend di lungo periodo, tra l’1,5% e l’1,75%. La banca si aspetta che il tasso guida della Banca nazionale svizzera (BNS) resti fermo allo 0% ancora a lungo, con un primo possibile rialzo non prima di giugno 2027.
Per le imprese esportatrici, il messaggio operativo è duplice: da un lato monitorare l’evoluzione dei dazi USA, che restano un tema aperto ma gestibile; dall’altro guardare oltre l’orizzonte dei prossimi mesi, verso una concorrenza cinese che — a differenza della tariffa doganale — non si negozia a Washington e non ha una data di scadenza.
D’altro canto, chi in Ticino esporta macchinari, strumenti di precisione o dispositivi medicali farebbe bene a considerare fin d’ora gli accordi di libero scambio come leva strategica: proprio ciò che UBS indica come sempre più prezioso per garantire l’accesso ai mercati di crescita, mentre la concorrenza sui prodotti tecnologici si fa più affollata.
[3]
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti alla newsletter