Il dialetto ticinese in 12 parole che gli italiani non capiscono (e quanto vale davvero saperlo, in franchi)

Claudio Galli

11 Luglio 2026 - 16:10

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Da «minga» a «bagaj», un piccolo vocabolario per chi arriva dal Sud delle Alpi — con i prezzi reali di corsi e dizionari, e il motivo per cui conoscerlo può ancora fare la differenza sul lavoro.

Chi si trasferisce in Ticino dall’Italia, convinto di aver cambiato solo Cantone e non lingua, si scontra presto con una piccola sorpresa fra i tavoli di un grotto o al banco di un cantiere: l’italiano che si parla qui non è sempre quello studiato a scuola. Sotto la lingua ufficiale scorre un’altra lingua, più vecchia e più intima, che si sente nei bar di paese, nei cortili e fra i colleghi quando la conversazione si fa informale: il dialetto ticinese. Capirlo, anche solo un po’, non è folklore da cartolina: in un mercato del lavoro dove la fiducia si costruisce anche a parole, può davvero aprire delle porte.

Le 12 parole che aprono le porte

Ecco un piccolo vocabolario di partenza, fra i termini e le espressioni più ricorrenti nella Svizzera italiana:

  • Minga — non: la negazione più diffusa nei dialetti lombardi e ticinesi. «A l’è minga vera» significa semplicemente «non è vero».
  • Sciür / Sciüra — signore, signora: un modo di rivolgersi a qualcuno che resiste ancora nel linguaggio colloquiale.
  • Vün — uno: la prima parola che ogni piccolo vocabolario dialettale insegna a contare.
  • Cör — cuore, anche in senso figurato: il «cör» di un paese o di un quartiere.
  • Còrba — cesta, storicamente quella usata per portare le merci sulle spalle.
  • Tücc — tutti: il raddoppiamento consonantico è uno dei tratti fonetici che distinguono il ticinese dall’italiano standard.
  • Andà — andare: la caduta della vocale finale è un altro segno riconoscibile del parlato locale.
  • Bagaj — ragazzi, bambini: termine ancora vivo, soprattutto nelle valli.
  • Gabola — pasticcio, imbroglio: «fa minga gabole» vuol dire «non fare pasticci».
  • Cume la va? — come va?: il saluto informale per eccellenza fra colleghi.
  • Dà una man — dare una mano: la richiesta d’aiuto più comune in cantiere e in cucina.
  • Bun fin da la stimana — buon fine settimana: la formula di commiato tipica del venerdì pomeriggio.

Perché il ticinese non è mai diventato la lingua di tutti

Il dialetto ticinese appartiene al ramo lombardo-alpino occidentale ed è parlato soprattutto nel Sopraceneri, con varianti che nel Sottoceneri si avvicinano ai dialetti dell’area comasco-lecchese: non a caso, le lingue ufficiali della Confederazione raccontano solo metà della storia linguistica del Cantone. L’italiano standard si è diffuso in modo capillare solo a partire dall’Ottocento, con l’alfabetizzazione di massa, e nella storia della Svizzera italiana il dialetto è rimasto la lingua di tutti i giorni ben dentro il Novecento, soprattutto nelle valli.

A partire dagli anni ’70 le scuole ticinesi hanno scelto di insegnare esclusivamente l’italiano standard fin dall’asilo, proprio per garantire a tutti gli allievi gli stessi strumenti linguistici, indipendentemente dal ceto sociale di provenienza — evitando di penalizzare chi arrivava da famiglie dove il dialetto era più parlato. Da allora il ticinese è rimasto, come si dice ancora oggi, «la lingua degli affetti»: quella di casa, degli amici, e — informalmente — anche di parte del personale dell’amministrazione cantonale. [3]

Nel 2010 un deputato del Gran Consiglio propose corsi gratuiti di dialetto ticinese nelle scuole e per adulti, sostenendo che conoscerlo — un po’ come lo svizzero tedesco per i giovani ticinesi che vanno a lavorare Oltralpe — rappresenta un valore aggiunto sul mercato del lavoro e migliora l’integrazione sociale. Il progetto pilota discusso a Bellinzona non è mai diventato un’offerta strutturata: quindici anni dopo, imparare il ticinese passa ancora quasi solo per canali informali — nonni, colleghi, e qualche libro specializzato.

Quanto costa davvero, in franchi

Ed è qui che il dialetto smette di essere solo folklore e diventa anche un piccolo mercato editoriale. Il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, avviato dal linguista Carlo Salvioni e oggi curato dal Centro di dialettologia e di etnografia del Cantone, si acquista come opera completa a CHF 450, con i nuovi fascicoli singoli a CHF 19 l’uno. Il Lessico dialettale della Svizzera italiana, cinque volumi pubblicati nel 2004, si trova in cofanetto a CHF 200. Per chi cerca un ingresso più leggero, Parlèm dialètt di Giulio Passardi (Fontana Edizioni) raccoglie oltre 5’000 vocaboli in quasi 400 pagine a CHF 32, mentre il volumetto Punciröö costa CHF 14.

Non esistendo oggi un corso istituzionale gratuito, chi vuole affidarsi a una lezione privata si muove nella stessa fascia di prezzo del mercato linguistico ticinese in generale: materiali didattici fra CHF 30 e CHF 150, lezioni individuali intorno ai CHF 70 all’ora. Una spesa che molti frontalieri, in particolare nell’edilizia e nell’ospitalità, considerano un investimento: le guide dedicate ai lavoratori transfrontalieri descrivono da tempo qualche frase di dialetto come un «soft skill» che aiuta a costruire fiducia con datori di lavoro e colleghi ticinesi — un dettaglio che pesa quanto un curriculum, quando si tratta di essere considerati «di casa».

Conoscete altre parole o espressioni ticinesi che non abbiamo citato? Scriveteci a [email protected]: la lista, un po’ come il dialetto stesso, resta sempre aperta.

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