Mentre i colossi come Novartis e Roche spostano 27 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti per ammorbidire Washington, le PMI esportatrici della Svizzera italiana restano esposte: con la nuova sovrattassa del 2.5% legata al «lavoro forzato», i prodotti svizzeri pagano il 12.5% all’ingresso negli USA, contro il 10% di quelli dell’Unione europea. Ecco perché un esportatore di Mendrisio oggi è penalizzato più del suo concorrente comasco.
Le grandi aziende svizzere hanno già investito 27 miliardi di dollari (circa 21.5 miliardi di franchi) negli Stati Uniti tra gennaio e aprile 2026. Il dato emerge da un documento interno della Swiss-American Chamber of Commerce (la Camera di commercio svizzero-americana), rivelato in questi giorni dalla NZZ am Sonntag, l’edizione domenicale del principale quotidiano di Zurigo. È oltre il 10% dell’impegno totale assunto da Berna lo scorso novembre: 200 miliardi di dollari di investimenti diretti oltreoceano entro il 2028, la contropartita con cui la Confederazione aveva ottenuto da Donald Trump il taglio dei dazi punitivi sui prodotti svizzeri dal 39% al 15% (poi scesi al 10%).
Il presidente della Camera di commercio, Rahul Sahgal, riassume la linea elvetica senza giri di parole: «Siamo gli alunni modello e manteniamo le promesse». Ma il punto, per chi vive e lavora al Sud delle Alpi, non è quanto la Svizzera stia investendo: è chi lo sta facendo e chi invece resta a casa a pagare il conto.
Chi delocalizza: Novartis, Roche e MSC guidano la corsa
I 27 miliardi portano la firma quasi esclusiva dei grandi gruppi. Novartis sta costruendo un centro di ricerca biomedica a San Diego e una fabbrica di farmaci oncologici in Texas; Roche amplia la capacità produttiva nel North Carolina; la compagnia di navigazione MSC ha aperto a Miami il suo quartier generale nordamericano. Sono tutte società che, per dimensione e liquidità, possono permettersi di spostare stabilimenti e posti di lavoro dall’altra parte dell’Atlantico per aggirare i dazi. È la logica difensiva di chi produce dove vende.
Il problema è che il tessuto industriale del Cantone Ticino non è fatto di questi giganti, ma di piccole e medie imprese della meccanica, dell’elettronica, del medtech, della moda e della componentistica orologiera. Aziende che esportano negli Stati Uniti ma che non hanno né i mezzi né la convenienza per aprire una linea produttiva in Texas. Per loro l’unica opzione è continuare a spedire dal Mendrisiotto o dalla Riviera del Vedeggio, dazio incluso.
La nuova sovrattassa del 2.5% e perché colpisce proprio il Ticino
E qui arriva la novità che cambia le carte in tavola. A inizio giugno Washington ha annunciato una sovrattassa aggiuntiva del 2.5% sui Paesi che, a suo giudizio, non combattono abbastanza le importazioni prodotte con lavoro forzato. La Svizzera è nel mirino: l’amministrazione Trump sostiene che la Confederazione non vieti in modo esplicito tali importazioni, accusa che Berna respinge citando le proprie regole sulla diligenza d’impresa. Risultato pratico: i prodotti svizzeri pagano ora il 12.5% all’ingresso negli USA, mentre quelli dell’Unione europea si fermano al 10%.
Per un esportatore ticinese sono 2.5 punti di svantaggio competitivo secco nei confronti del rivale che produce a Como, a Varese o a Lecco, a una manciata di chilometri oltre il confine. Sul mercato americano lo stesso macchinario, lo stesso capo di abbigliamento, lo stesso dispositivo medico parte già più caro se esce da una fabbrica svizzera anziché lombarda. In un settore dove i margini si giocano sui decimali, è una differenza che può spostare un ordine.
La voce dell’industria: «Solo un nuovo accordo evita l’escalation»
Gli Stati Uniti rimproverano inoltre alla Svizzera una base industriale «sproporzionata» rispetto alle sue dimensioni, che le darebbe un vantaggio sleale nell’export. Jean-Philippe Kohl, vicedirettore di Swissmem (l’associazione dell’industria metalmeccanica ed elettrotecnica, a cui aderiscono molte aziende ticinesi), respinge l’accusa e avverte che «le considerazioni economiche non pesano molto contro la politica commerciale di Trump». Secondo Kohl, solo un nuovo accordo negoziato in fretta tra Berna e Washington può evitare un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali.
È la stessa incertezza che pesa già sulle previsioni di crescita della Confederazione, frenate proprio dai dazi americani. Per le imprese ticinesi orientate all’export non è una questione astratta di geopolitica: è il margine del prossimo trimestre, e con esso la tenuta dei posti di lavoro, a partire da quelli dei quasi 75 mila frontalieri che ogni giorno alimentano le linee di produzione del Sottoceneri.
Cosa può fare un’impresa ticinese adesso
Nel breve periodo, le aziende esportatrici possono fare poco sul fronte dei dazi, che si decidono a Berna e a Washington. Ma possono prepararsi: verificare con la propria fiduciaria l’aliquota effettiva applicata ai codici doganali dei loro prodotti, valutare se parte della catena del valore può essere certificata come conforme agli standard sul lavoro per disinnescare la sovrattassa, e diversificare i mercati di sbocco oltre gli Stati Uniti. Chi monitora la situazione occupazionale del Cantone può seguire gli aggiornamenti della SECO e dell’Ufficio cantonale di statistica, che pubblicano regolarmente i dati su occupazione e disoccupazione in Ticino.
Il quadro resta mobile: come ricorda lo stesso Kohl, con l’imprevedibilità della Casa Bianca «nessuno sa cosa succederà». Ma una cosa è già chiara: il modello dell’«alunno modello» che investe per farsi perdonare conviene soprattutto a chi ha le spalle larghe per investire. Per la PMI ticinese, il conto dei dazi resta tutto sul tavolo.
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