Parmelin è tornato da Washington il 30 giugno senza un’intesa. Con la consultazione sulla Sezione 301 che si chiude oggi e la scadenza del 24 luglio che si avvicina, le imprese esportatrici svizzere hanno meno di tre settimane per pianificare — e il mercato del lavoro ticinese osserva.
Il calendario che conta
Ci sono due date che chi esporta dalla Svizzera verso gli Stati Uniti deve tenere sul radar in questo luglio 2026. La prima è oggi, 6 luglio: si chiude la consultazione pubblica sulle misure proposte ai sensi della «Sezione 301» del Trade Act statunitense del 1974. Washington ha formulato la sua raccomandazione il 3 giugno scorso, proponendo un dazio aggiuntivo del 12,5% a carico di 60 Paesi — tra cui la Svizzera — accusati di non contrastare in modo sufficiente l’importazione di merci prodotte con il lavoro forzato. Da domani, l’USTR (Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti) potrà procedere all’adozione formale.
La seconda data è il 24 luglio 2026: scadono i 150 giorni del dazio forfettario del 10% imposto dall’amministrazione Trump a febbraio in base alla Sezione 122 del Trade Act. Un tribunale commerciale statunitense lo aveva già dichiarato illegale a maggio, ma il dazio è rimasto in vigore durante il ricorso governativo. Alla scadenza del 24 luglio, senza un accordo vincolante, la base giuridica che tiene il tetto massimo al 15% — previsto dalla dichiarazione congiunta Svizzera-USA del novembre 2025 — rischia di diventare fragile.
Il presidente della Confederazione Guy Parmelin si è recato a Washington il 30 giugno per sbloccare i negoziati. È tornato senza una svolta: colloqui «in un clima amichevole», come ha dichiarato lui stesso, ma nessun impegno formale da parte americana a prorogare l’accordo esistente. «Siamo un partner affidabile: quando prendiamo un impegno, lo rispettiamo. È ciò che ci aspettiamo anche dagli Stati Uniti: un accordo è un accordo», ha dichiarato. I negoziati proseguono con l’obiettivo di chiudere prima della fine di luglio.
Cosa cambia per le imprese svizzere (e ticinesi)
Le esportazioni svizzere verso gli USA valgono circa 45 miliardi di CHF all’anno, con il settore chimico-farmaceutico che ne rappresenta la quota più consistente. Roche e Novartis sono per il momento al riparo: hanno concluso accordi bilaterali con la Casa Bianca che le proteggono dai dazi per tre anni. Le altre imprese farmaceutiche svizzere — e ce ne sono molte operative nel Mendrisiotto e nel polo di Lugano — pagano attualmente il 15% e spingono per ottenere condizioni equivalenti a quelle già garantite all’Unione Europea.
Il confronto con Bruxelles è qui il punto dolente. Il 25 giugno 2026 il Consiglio UE ha approvato definitivamente il suo accordo commerciale con Washington: dazi al 15% sugli industriali europei, con certezza giuridica fino al 2029. La Svizzera è ancora fuori da quel perimetro. Ogni settimana che passa senza un’intesa è una settimana in cui un concorrente tedesco o francese esporta negli USA alle stesse tariffe della Confederazione — ma con la garanzia scritta che Berna non ha ancora.
Economiesuisse, l’associazione mantello dell’economia svizzera, ha chiesto con forza «certezza del diritto»: il rischio maggiore per le imprese non è tanto il livello attuale dei dazi, ma l’incertezza che blocca ordini, investimenti e pianificazioni pluriennali. Il rallentamento dell’economia svizzera è già nei dati: la SECO ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL 2026, portandole allo 0,8%, il livello più basso degli ultimi anni «non-recessivi». Il settore chimico-farmaceutico ha registrato una contrazione del 4,8% nel 2025; la manifattura è scesa del 2,4%.
Le 3 cose da sapere ora
- La Sezione 301 chiude oggi la consultazione. Se i dazi da 12,5% venissero adottati formalmente prima del raggiungimento di un accordo bilaterale, il cumulo potrebbe superare il tetto del 15% garantito dalla dichiarazione congiunta. Le imprese svizzere ritengono che Berna li possa respingere sul piano diplomatico, ma l’esito non è scontato.
- Il 24 luglio è una scadenza reale, non simbolica. Senza un testo vincolante, il quadro attuale perde la sua base. Berna spera di chiudere prima, ma il negoziato con Washington è complesso: si tratta di definire un’aliquota fissa, una «clausola della nazione più favorita» che impedisca agli USA di concedere tariffe più basse ad altri Paesi concorrenti, e misure settoriali su farmaci, dispositivi medici e appalti pubblici.
- Il mercato del lavoro ticinese regge, ma con cautela. La disoccupazione in Ticino si attesta al 2,8% (aprile 2026), sotto la media nazionale. Ma i settori più esposti all’export USA — farmaceutica, metalmeccanica, componentistica di precisione — stanno già frenando assunzioni e investimenti in attesa di un quadro chiaro.
Cosa fare in pratica
Per le imprese con esportazioni verso gli USA: verificare il codice doganale HS delle proprie merci e simulare l’impatto di un eventuale aumento combinato (fino al 27,5%: 15% + 12,5%) sui margini operativi. Inserire clausole di revisione nei contratti a lungo termine, per adeguare i prezzi in caso di variazione tariffaria. Per aggiornamenti in tempo reale, il portale della SECO (seco.admin.ch) pubblica comunicati ufficiali sulle relazioni commerciali CH-USA.
Per i dipendenti in settori esposti: la situazione è monitorabile, non ancora critica. Ma le prossime tre settimane diranno molto sulla direzione che prenderà l’economia svizzera nella seconda metà del 2026.
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