INTERVISTA Settimana lavorativa corta, Andrea Gehri non ha dubbi: «Si tratta di una pia illusione»

Chiara De Carli

12/01/2023

12/01/2023 - 11:18

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Ridurre i giorni lavorativi da cinque a quattro, mantenendo lo stesso salario: per il dipendente solo grandi vantaggi, ma per le aziende cosa implicherebbe? Per Gehri la questione è delicata: certo, dipende dai settori, ma nel manifatturiero si rischierebbe di aumentare ulteriormente costo del lavoro e quindi del prodotto finale.

INTERVISTA Settimana lavorativa corta, Andrea Gehri non ha dubbi: «Si tratta di una pia illusione»

A chi non piacerebbe poter lavorare di meno a parità di salario? L’ultima tendenza della settimana lavorativa corta, che consiste nel ridurre le giornate lavorative da cinque a quattro mantenendo la retribuzione invariata, fa gola a molte persone, soprattutto ai dipendenti. La pandemia ha portato a galla diverse questioni, tra cui la necessità di aumentare l’equilibrio tra sfera lavorativa e vita privata. E se da un lato i ricercatori invitano gli imprenditori a rivoluzionare l’assetto lavorativo, dall’altro non tutti sono d’accordo. Per diverse aziende, infatti, pagare il lavoratore per una giornata di lavoro che concretamente non viene svolta significa anche rallentare la produzione, con conseguente aumento del costo del lavoro. In poche parole, pagare il dipendente il 20% in più, significa anche aumentare il prezzo finale di quanto prodotto. C’è dell’altro: le aziende «devono fare i conti anche con la concorrenza – spiega Andrea Gehri, presidente della Camera di Commercio del Cantone Ticino (Cc-Ti) –. Un aspetto che spesso non è considerato. La concorrenza agisce inducendo una riduzione dei costi e quindi anche della redditività».

Presidente, diverse aziende in Svizzera interna e al fi fuori dei confini del Paese hanno deciso di scegliere per questa modalità di lavoro. Qual è la situazione in Ticino?
«Nel nostro cantone non ci sono ancora esempi virtuosi da poter prendere in considerazione. Sicuramente questa possibilità lavorativa si adatta meglio ad alcuni settori economici piuttosto che ad altri, soprattutto in quelli in cui si riesce a produrre e a sviluppare progetti in minor tempo, mantenendo contemporaneamente un elevato valore aggiunto. In Svizzera, tuttavia, bisogna considerare che abbiamo un costo del lavoro estremamente elevato, verosimilmente il più alto d’Europa. Introducendo la settimana lavorativa corta, i costi verrebbero ulteriormente alimentati, senza peraltro poter contrapporre una contropartita di produzione. È un sistema che non può essere adottato tout court senza un’analisi approfondita. Spesso, infine, si cerca di vendere – sbagliando – il concetto che sia possibile lavorare meno a parità di salario o addirittura guadagnando di più; a mio modo di vedere è una pia illusione e non può essere costruttiva sul lungo periodo».

Nemmeno se fosse mantenuta una settimana lavorativa di 5 giorni, ma dando più ferie ai dipendenti?
«Economicamente le vacanze corrispondono a dei costi che incidono su prodotti e servizi. Dunque, se un dipendente esprime la volontà di lavorare mediamente quattro giorni la settimana o cinque ma recuperando gli arretrati facendo poi tre mesi di vacanza, alla fine non cambierebbe nulla. Il costo del lavoro rimarrebbe estremamente elevato e maggiorato, poiché in questo caso bisogna retribuire il dipendente per qualcosa che non si produce. Da questo punto di vista, quindi, la vedo difficile. Per fare un esempio: nel settore dell’edilizia, nel quale opero, significherebbe togliere un giorno di produzione, pagare il dipendente per un giorno in cui non ha lavorato, alimentando ulteriormente il costo del lavoro del 20%. Con questo stratagemma aumenterebbero della stessa percentuale anche i costi delle prestazioni: in poche parole anche il prezzo finale della costruzione di una casa potrebbe costare il 20% in più. Mi pare evidente che l’economia non può sopportare una soluzione simile. Ci sono tuttavia dei settori che potrebbero prestarsi a questa nuova forma lavorativa, ma sono limitati ad attività specifiche come quelli tecnologici ad alto valore aggiunto».

I lavoratori oggigiorno chiedono però sempre più un lavoro flessibile. Come fare allora?
«La flessibilità è un conto. Mentre la riduzione del tempo di lavoro è un’altra questione. La flessibilità diventerà un tema sempre più importante, soprattutto per quanto riguarda la competitività delle aziende. Ovviamente la richiesta di coloro che cercano i posti di lavoro è di poter gestire il tempo di lavoro in modo sempre più flessibile, da contestualizzare al tipo di lavoro che viene svolto. È un argomento su cui anche l’economia dovrà confrontarsi e un aspetto che anche nel settore dell’edilizia, storicamente rigido a causa dei contratti collettivi di lavoro, viene rivendicato a più riprese, affinché possa beneficiarne anche il lavoratore. Dunque questo sarà una questione che diventerà sempre più attuale. Se pensiamo anche a quanto avvenuto negli ultimi due anni con la pandemia, la flessibilizzazione del lavoro è diventata una costante, ancora mantenuta attualmente nel settore dei servizi. L’esempio è il telelavoro: ci sono segmenti economici in cui viene permesso ai dipendenti di lavorare da remoto una o due volte alla settimana. Questa rappresenta una possibilità che rende più flessibile il lavoro, apparentemente senza ripercussioni sulla produttività. C’è poi un concetto che deve essere messo in evidenza: maggior tempo libero significa anche più propensione ai consumi, stando alle statistiche. Ciò implica necessità di maggiori risorse economiche personali a cui attingere. Non è così evidente!».

La settimana lavorativa corta non potrebbe essere invece una strategia da adottare per agevolare il risparmio energetico?
«Faccio fatica a individuare un legame con questo tema. Forse potrebbe beneficiarne, ancora una volta, chi lavora nel settore dei servizi. Razionando gli spazi di lavoro si può contribuire al risparmio energetico. Tuttavia, bisogna sottolineare che chi per esempio lavora da casa ha bisogno degli spazi altrettanto adeguati: se una mamma di tre bambini non ha uno spazio adeguato dove poter lavorare, diventa un problema. Non si può generalizzare, dunque, bisogna approfondire caso per caso».

Negli ultimi anni la produttività e l’efficienza delle imprese è aumentata costantemente. Che fine fanno i profitti generati se non vengono redistribuiti ai dipendenti?
«Siamo un’economia di libero mercato, in cui se alcuni settori economici riescono a ottenere una razionalizzazione del lavoro e quindi un’ottimizzazione della loro produzione, devono poi fare i conti con la concorrenza, un aspetto che spesso non è considerato. La concorrenza agisce inducendo una riduzione dei costi e quindi anche della redditività. Dunque, innanzitutto l’azienda deve pensare a mantenere la propria competitività, attraverso la razionalizzazione dei processi. In secondo luogo, se si tratta di una realtà socialmente responsabile, una volta ottenuti degli ottimi risultati, redistribuirà i profitti sotto forma di prestazioni di diverso genere ai propri dipendenti. Oggigiorno dobbiamo pur considerare che le aziende, per essere in grado di trattenere i propri dipendenti, devono saper essere attrattive, anche dal punto di vista della responsabilità sociale».

Non potrebbe rappresentare un modo per compensare il vuoto di manodopera?
«Abbiamo già difficoltà enorme nel reperire manodopera qualificata. Notizia di questi giorni è che la disoccupazione in Svizzera è ai minimi da oltre 20 anni. Nei prossimi 10, il calo demografico porterà alla pensione buona parte dei lavoratori attuali e non avremo ricambio sufficiente per poter compensare queste partenze. Se a questa situazione aggiungiamo la possibilità di voler diminuire i giorni lavorativi, mi chiedo come e con chi potremo colmare il fenomeno del vuoto di manodopera. Questa è una delle sfide più importanti con cui l’economia è e sarà chiamata a confrontarsi».

Questo fenomeno è dato principalmente dal calo demografico o piuttosto è influenzato da un nuovo tipo di lavoratore che cerca un equilibrio tra lavoro e vita privata?
«Principalmente è una questione numerica, soprattutto a causa del calo demografico. Come detto, i baby boomer nei prossimi 10 anni sono destinati al pensionamento. Rappresentavano una fetta importante che ha sostenuto l’economia negli ultimi venti-trent’anni. Sappiamo che la natalità è crollata, anche in Svizzera purtroppo. Un fenomeno generalizzato prevalente negli Stati occidentali e che comporta una riduzione della disponibilità di manodopera. Bisognerà quindi uscire dal proprio territorio per compensare queste partenze, senza dimenticare che è un andamento a cui sono soggetti anche Germania e Italia, Paesi da dove provengono importanti forze lavoro. È quindi evidente che attingere a profili professionali al di fuori dei propri confini non sarà più così semplice. Per mantenere un’economia in salute, che possa far progredire e far beneficiare la collettività della ricchezza da ridistribuire, possiamo farla funzionare solo attraverso una sufficiente forza lavorativa».

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