Mammut passa ai cinesi di CPE per (quasi) mezzo miliardo: cosa resta davvero della «Swissness» del marchio alpino

Claudio Galli

3 Agosto 2026 - 10:10

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Lo storico marchio outdoor svizzero fondato nel 1862 cambia padrone: a rilevarlo è l’asset manager cinese CPE. La sede resta in Argovia e il CEO promette continuità, ma la domanda vera è un’altra: un’etichetta «Swiss made» sopravvive a una proprietà cinese? Ecco cosa cambia per i 300 posti in Svizzera, per i prodotti e per chi quella giacca la compra anche in Ticino.

Mammut passa ai cinesi di CPE per (quasi) mezzo miliardo: cosa resta davvero della «Swissness» del marchio alpino

Uno dei marchi più riconoscibili delle montagne svizzere diventa cinese. Mammut, l’azienda di attrezzatura e abbigliamento da montagna con sede a Seon, nel Canton Argovia, è stata venduta a CPE (源峰), un grande gestore patrimoniale cinese. L’operazione è stata annunciata il 31 luglio con un comunicato che italiconon riporta il prezzo: secondo Bloomberg, però, il valore si aggirerebbe attorno ai 500 milioni di euro, circa 463 milioni di franchi.

Per il lettore della Svizzera italiana la notizia va oltre la cronaca economica d’oltralpe: Mammut è un marchio che si trova nei negozi di articoli sportivi del Ticino, che gli escursionisti indossano sui sentieri del Sopraceneri e che vale come piccolo simbolo di identità nazionale, al pari del cioccolato o degli orologi. E il suo passaggio a capitali cinesi riapre una discussione che torna ciclicamente: quanto «svizzero» resta un marchio svizzero quando a controllarlo è un padrone straniero?

Chi è CPE e da chi arriva Mammut

CPE è un investitore finanziario cinese di primo piano: gestisce oltre 150 miliardi di yuan di patrimonio — circa 18 miliardi di franchi — per conto di circa 200 investitori. Non è un gruppo del settore outdoor, ma un gestore che punta a far crescere Mammut soprattutto sul mercato cinese e nell’area Asia-Pacifico, dove il marchio è ancora poco presente.

Non è la prima volta che Mammut cambia di mano. Il marchio era già passato di proprietà nel 2021, quando il gruppo industriale Conzzeta lo cedette a un fondo di private equity londinese. Ora quel fondo esce e lascia spazio a CPE. La chiusura definitiva dell’operazione è attesa nei prossimi mesi ed è ancora soggetta alle autorizzazioni delle autorità competenti.

I 300 dipendenti in Svizzera e la sede in Argovia

Mammut impiega circa 900 persone nel mondo, di cui 300 in Svizzera. Su questo punto il management ha voluto rassicurare: sede principale, design e innovazione restano a Seon e Lenzburg, in Argovia, e per i lavoratori svizzeri — assicura l’azienda — non cambia nulla nell’immediato. Il CEO Heiko Schäfer resta al suo posto insieme al team attuale. «Le montagne non finiscono al confine svizzero», ha sintetizzato Schäfer alla italicoNeue Zürcher Zeitung, spiegando la logica di un’apertura al mercato asiatico.

Promesse simili accompagnano quasi ogni acquisizione. Vanno prese per quello che sono: impegni di oggi, non garanzie a lungo termine. La sostanza per l’occupazione si misurerà nei prossimi anni, quando il nuovo azionista deciderà dove concentrare produzione, ricerca e distribuzione.

«Swiss made» sopravvive a un proprietario cinese?

È il nodo che più interessa il consumatore. La risposta, spesso controintuitiva, è: la nazionalità del proprietario non conta. In Svizzera l’uso della denominazione «Svizzera» e della croce sui prodotti è regolato dalla legislazione Swissness, in vigore dal 2017. Per un prodotto industriale come uno zaino o una giacca tecnica, la regola chiave è che almeno il 60% dei costi di produzione sia generato in Svizzera e che la lavorazione che dà al prodotto le sue caratteristiche essenziali avvenga sul territorio nazionale.

In altre parole: ciò che rende un prodotto «svizzero» agli occhi della legge è italicodove viene fatto, non chi possiede la società che lo vende. Un marchio come Mammut può restare pienamente «Swiss made» anche con azionisti cinesi, a patto di continuare a produrre e progettare in Svizzera nelle proporzioni richieste. Se domani, invece, la produzione si spostasse in Asia per abbattere i costi, l’etichetta rischierebbe di non reggere più — e con essa una parte del valore che i clienti pagano volentieri. Chi vuole vederci chiaro può consultare le regole per depositare e proteggere un marchio in Svizzera, gestite dall’Istituto federale della proprietà intellettuale.

Non è un caso isolato

Il caso Mammut si inserisce in una tendenza di fondo: quella dei marchi svizzeri storici che finiscono sotto controllo estero. Negli ultimi anni il fenomeno ha riguardato realtà di ogni dimensione, dai beni di consumo all’industria, e le operazioni di fusione e acquisizione in Svizzera restano numerose anche quando i volumi complessivi calano. Per un Paese piccolo e molto aperto, con marchi dal valore reputazionale altissimo, la vendita a capitali stranieri è quasi fisiologica — ma tocca ogni volta un nervo scoperto: l’attaccamento degli svizzeri ai propri brand di riferimento.

Cosa fare, concretamente. Per chi acquista prodotti Mammut nulla cambia nell’immediato: prezzi, garanzie e rete di vendita restano quelli di oggi. Chi guarda alla notizia come lavoratore o come cittadino farà bene, semmai, a seguire le prossime tappe: l’approvazione dell’operazione da parte delle autorità e, soprattutto, le scelte che CPE farà su produzione e sedi. È lì — non nel comunicato di oggi — che si capirà se la «Swissness» di Mammut è un valore da custodire o solo un’etichetta da sfruttare.

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