Proteste contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, è caos per le strade di Israele

Matteo Casari

28/03/2023

28/03/2023 - 10:19

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Dopo le proteste incontrollabili che si sono accese nel Paese, il primo ministro è stato costretto a rinviare la riforma.

Proteste contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, è caos per le strade di Israele

La crisi politica israeliana è degenerata nella giornata di lunedì, quando il più grande sindacato del Paese ha annunciato uno sciopero storico che ha bloccato i trasporti, le università, i ristoranti e i negozi. Le manifestazioni sono cominciate come protesta contro la revisione del sistema giudiziario del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che ora ha annunciato il rinvio della riforma.

Una revisione giudiziaria controversa

La ragione dietro il caos che si sta generando nello Stato ebraico è da ritrovarsi nella proposta di revisione giudiziaria. Secondo questa, il governo avrebbe il controllo sulla nomina dei giudici e il Parlamento otterrebbe il potere di annullare le decisioni della Corte Suprema. Il governo sostiene che i cambiamenti sono essenziali per rafforzare la Corte, considerata elitaria e non più rappresentativa del popolo israeliano.
Gli oppositori invece, sostengono che i piani di revisione minacciano le fondamenta della democrazia israeliana. Una parte del piano, che di fatto toglie ai tribunali il potere di dichiarare un primo ministro inadatto alla carica, è già stata approvata. I critici sostengono che Netanyahu stia spingendo i cambiamenti a causa del suo processo per corruzione in corso, accusa negata dal Primo ministro.

È caos tra le città israeliane

Come riportato da CNN e Al Jazeera, la scintilla si è accesa in seguito alla decisione di Netanyahu di domenica di licenziare il ministro della Difesa Yoav Gallant, il primo membro del gabinetto a chiedere una pausa nelle riforme. Il provvedimento del capo di Stato ha dato il via ai vari scioperi.
Massicce proteste spontanee hanno invaso la città di Tel Aviv nella tarda serata di domenica, con persone che sventolavano bandiere israeliane e gridavano «democrazia». I manifestanti hanno acceso fuochi sull’autostrada principale della città e bloccato diverse strade e ponti, tra cui la strada Ayalon.
La situazione è poi sfuggita al controllo lunedì. Tutti i decolli dal principale aeroporto israeliano, il Ben Gurion di Tel Aviv, sono stati bloccati per diverse ore. I lavoratori del più grande porto del Paese, Haifa, hanno smesso di lavorare, alcune università sono state chiuse e molti dei più noti rivenditori del Paese, tra cui McDonald’s e la catena di centri commerciali Azrieli, hanno annunciato la chiusura.

Netanyahu sotto accusa

Nei suoi primi commenti dopo l’annuncio, Netanyahu ha esortato i manifestanti a comportarsi in modo responsabile: «Chiedo a tutti i manifestanti di Gerusalemme, di destra e di sinistra, di comportarsi in modo responsabile e di non agire con violenza. Siamo gente fraterna», ha dichiarato su Twitter. Migliaia di israeliani protestano già da mesi contro i cambiamenti giudiziari previsti, che darebbero ai partiti di governo un maggiore controllo sul sistema giudiziario israeliano.
L’ex primo ministro israeliano Yair Lapid ha esortato Netanyahu a revocare la decisione di licenziare Gallant, definendo la mossa un «nuovo punto debole». Sempre su Twitter ha scritto che Netanyahu può licenziare il ministro ma «non può licenziare il popolo di Israele che si oppone alla follia della coalizione». In una dichiarazione rilasciata successivamente, Lapid ha definito le ultime 24 ore «follia», «perdita di controllo» e «perdita di direzione».

Appello a fermare la riforma

Gallant ha sostenuto la necessità di fermare le riforme giudiziarie in un discorso tenuto sabato sera, quando Netanyahu era fuori dal Paese per una visita ufficiale nel Regno Unito. Il deposto ministro ha detto che portare avanti le proposte potrebbe minacciare la sicurezza di Israele. La sua estromissione e le proteste di massa che ne sono seguite hanno spinto una serie di importanti funzionari a chiedere di fermare il processo di revisione.
Con un post su Facebook lunedì, è intervenuto pubblicamente anche il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha invitato Netanyahu e il suo governo a sospendere immediatamente i piani: «Una profonda preoccupazione aleggia sull’intera nazione. La sicurezza, l’economia, la società, tutti sono minacciati».

Minaccia per la democrazia o cambiamento necessario?

Sommerso dalle proteste, Netanyahu è sempre più sotto pressione anche da parte del suo stesso partito. Il ministro dell’Economia Nir Barkat, il ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar e il ministro degli Affari della Diaspora e dell’Uguaglianza sociale Amichai Chikli, tutti membri del partito Likud, hanno suggerito al primo ministro di fermare la legislazione.
Barkat, ex sindaco di Gerusalemme, ha consigliato a Netanyahu di «fermarsi e ricalcolare» il suo piano di revisione, avvertendo che sta portato il Paese sull’orlo di una guerra civile.

La riforma verrà soltanto posticipata

Le incessanti proteste e le continue pressioni da parte dei membri del governo e del partito hanno portato infine Netanyahu a rinviare la revisione della giustizia. Lunedì sera, il premier israeliano ha annunciato con un discorso alla nazione il posticipo per evitare «una rottura tra la nostra gente».
In seguito alla notizia, le manifestazioni si sono in parte placate, e per le strade del Paese si sta tornando gradualmente verso la normalità. Ciò che preoccupa però è quanto questa quiete possa durare. La soluzione proposta da Netanyahu farà guadagnare tempo, ma non risolverà il problema: i manifestanti si stanno battendo affinché questo disegno di legge venisse annullato e non ritardato.

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