Disturbi mentali e pandemia. La psichiatra Domenghini: «È colpa anche di una società troppo complessa»

Chiara De Carli

14/12/2022

15/12/2022 - 09:06

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La psichiatra attiva a Lugano ha riscontrato negli ultimi anni un aumento particolare di disturbo d’ansia. E ricorda come «le persone vicine» a questi ragazzi «non devono perdere lo sguardo» su di loro.

Disturbi mentali e pandemia. La psichiatra Domenghini: «È colpa anche di una società troppo complessa»

È un quadro allarmante quello diffuso a inizio settimana dall’Ufficio federale di statistica, secondo cui nel biennio 2020 e 2021 i disturbi mentali negli adolescenti è aumentato del 26%. Con 19’532 casi è diventata per la prima volta la prima causa di ricovero ricovero per i ragazzi tra i 10 e i 24 anni, superando gli infortuni che sono stati 19’243 casi. L’altro dato preoccupante è l’incremento del tasso di suicidio (+26%) e dei servizi psichiatrici ambulatoriali (+19%), nella stessa fascia d’età. Dai dati emerge inoltre che le più colpite sono state le giovani donne (+26%), afflitte maggiormente dalla depressione (+19%). Per i giovani uomini sono aumentati i disturbi da sostanze psicotrope (+22%) e nel complesso sono aumentati, in modo particolare nel 2021, i disturbi nevrotici associati a fattori di stress (+22% nelle giovani donne e +13% nei giovani uomini).
«Per capire meglio l’impatto della pandemia sulla salute psichica - ci spiega Francesca Domenghini Tettamanti, medico psichiatra e psicoterapeuta - non possiamo esimerci dal ricordare che già prima dell’arrivo del Coronavirus eravamo confrontati con un progressivo aumento di alcuni disturbi psichici, in particolare ansia e depressione. La nostra società moderna, in particolare quella occidentale, si caratterizza dal fatto di essere già fragilizzata a causa del suo modo di funzionare. Viviamo infatti in un contesto competitivo, richiedente, frenetico, stressante, paradossalmente anche negli aspetti più piacevoli, nel quale la nostra mente è spesso distratta e poco consapevole. I mezzi per ridurre gli effetti di tutti questi carichi ci sarebbero ma sono ancora poco conosciuti e poco praticati nel mondo occidentale».

Dottoressa, dall’ultimo studio diffuso ieri dall’Ufficio federale di statistica è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono aumentati i ricoveri ospedalieri per disturbi mentali e comportamentali anche nei giovani adulti tra i 18 e 24 anni. La responsabilità è ancora una volta della pandemia?
«Secondo un rapporto dell’Unicef il carico psichico causato dalla pandemia è solo la punta dell’iceberg e concordo pienamente. Personalmente mi occupo di adulti, e nella mia pratica ambulatoriale, negli ultimi anni ho assistito a un incremento delle segnalazioni soprattutto di persone giovani tra i 18 e i 30 anni.
Posso anche far notare che secondo la mia osservazione i disturbi presentati da questa fascia di età appaiono a volte come più invalidanti rispetto ad un tempo».

Quali sono le patologie più diffuse?
«Per la mia esperienza, i disturbi d’ansia e la depressione. Il disturbo d’ansia in particolare si spiega molto chiaramente se pensiamo che l’ansia è sostanzialmente uno stato di allerta reattivo all’idea di un pericolo imminente, ma anche di un pericolo reale come lo è stato il Coronavirus. La pandemia ha contribuito ad incrementare molte paure nelle persone, vi è stato un crollo di molte certezze che pensavamo aver acquisito sulla base di una società cosi “evoluta”. Di fronte a questa realtà quindi è facile immaginare come molti hanno perso le loro speranze verso il futuro con propensione quindi a sviluppare stati depressivi».

Dai dati dell’Ust, emerge anche un incremento del tasso di suicidio, pari al 26%. Che cosa spinge i giovani a compiere questo gesto così disperato?
«Anche in questo caso, dobbiamo ricordare il contesto attuale di vita in cui crescono i nostri giovani. Il futuro non rappresenta più la promessa di un tempo e questo credo lo abbiamo ben realizzato a seguito della pandemia. Diventa per loro sempre più difficile fare affidamento nel domani, arrivando a chiedersi nei casi più gravi il senso di stare al mondo. Non riescono poi ad avere un’idea concreta della vita che li aspetta, anche perché per loro è difficile crearsi degli scopi e degli obiettivi da raggiungere in un mondo in cui tanti valori sembrano avere perso il loro significato. La nostra è inoltre una società nella quale vige il messaggio subdolo che se non vivi bene il momento attuale non vivrai bene neanche nel futuro.
Il suicidio o il tentativo di suicidio vengono ideati in situazioni di crisi e forte stress (per esempio nell’ambito di un disturbo psichico già presente, in un momento di cambiamento di vita,… ) in cui non si riesce ad intravedere una via d’uscita; in alcuni casi può anche avere un valore appellativo».

Le persone vicine a questi ragazzi come possono intercettare i primi segnali di malessere?
«Le persone vicine, i genitori in particolare ma non solo, non dovrebbero perdere, a mio modo di vedere, lo sguardo sui propri figli, uno sguardo fatto di osservazione ma ovviamente anche di parole; troppo spesso questo sguardo lascia il posto all’impotenza dell’agire con conseguente abbandono dei giovani nel vuoto.
Il silenzio è a mio avviso uno dei segnali più importanti, un silenzio che può rappresentare anche una sfiducia nell’ascolto da parte degli adulti».

Che ruolo ha l’ente formativo in questo fenomeno?
«Importantissimo! Le persone che condividono molto tempo con i ragazzi rappresentano un’occasione che troppo spesso non viene “sfruttata”. Come individuo il giovane dovrebbe soprattutto “essere visto”, considerato e questa considerazione non può esimersi dal passare dall’affettività.
Non bisogna essere psicologi o psichiatri per essere in grado di ascoltare e osservare, tutti noi lo possiamo fare ma solo se per primi rivolgiamo a noi stessi la stessa consapevolezza di questo sguardo.
In generale nel corso della nostra vita siamo poco abituati all’ascolto di noi stessi, a soffermarci sulle nostre emozioni e a imparare come funzioniamo internamente. Sarebbe una grande risorsa poterlo apprendere anche nel percorso scolastico».

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