L’aumento dei tassi di interesse della Bns. Lunati, Supsi: è importante tutelare l’export

Chiara De Carli

23/09/2022

15/11/2022 - 16:19

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L’aumento dei tassi di interesse potrebbe portare a un rafforzamento del franco, ma l’effetto non è così certo. In queste ore, mentre l’euro continua a essere altalenante, il dollaro diventa sempre più forte, alle 14.11 è infatti scambiato a 0,98 franchi.

L'aumento dei tassi di interesse della Bns. Lunati, Supsi: è importante tutelare l'export

All’indomani della decisione della Banca nazionale svizzera (Bns) di innalzare i tassi di interesse allo 0,5%, oggi sono entrati ufficialmente in vigore. Ieri, dopo 7 anni, la Bns ha abbandonato il tasso “negativo", messo in campo tra il 2011 e il 2015 nel tentativo di difendere la valuta nazionale e di salvaguardare uno dei pilastri dell’economia svizzera, l’export. Allora, facendo leva sugli interessi negativi, la Bns rese meno attrattivi gli investimenti denominati in valuta domestica, andando a indebolire indirettamente il franco.
Ora la situazione è cambiata: guerra in Ucraina e sanzioni applicate alla Russia hanno alterato la stabilità a cui eravamo abituati ormai da anni, portando timori e incertezze sul futuro economico occidentale. Abbiamo approfondito la questione con Diego Lunati, docente in Economia Politica e responsabile del corso di laurea in Economia aziendale alla Supsi che ha immediatamente precisato: «La manovra della Banca nazionale svizzera va letta in un contesto più ampio di economia fortemente integrata, soprattutto quella finanziaria».

Professore, cosa comporta l’innalzamento dei tassi di interesse?
«La politica monetaria condotta dalle banche centrali ha un suo obiettivo e consiste nella stabilizzazione dell’andamento dei prezzi. Secondo la teoria economica, in condizioni di stabilità, quando una banca centrale aumenta i tassi di interesse, rende la propria valuta più forte. Dunque, la moneta nazionale dovrebbe apprezzarsi mettendo in difficoltà l’export, i risparmiatori dovrebbero trarre beneficio dai tassi di interesse più alti e i debitori siano essi privati o pubblici dovrebbero essere più in difficoltà. Concretamente stiamo assistendo a un tentativo da parte di tutti i Paesi europei di contrastare un’inflazione generata dallo shock legato alla guerra in Ucraina e alla conseguente crisi energetica. Con le prospettive di crescita al ribasso, le previsioni di una forte inflazione causata principalmente dalla componente energetica e dalla penuria di materie prime, c’è il rischio concreto di cadere in “Stag-flazione"».

La decisione della Bns è condizionata dunque da quanto fanno le altre banche centrali, dunque.
«Nonostante la Svizzera non faccia parte dal punto di vista politico dell’Europa, ne rientra dal punto di vista economico e finanziario. Quindi, dato che le altre banche centrali aumentano i tassi di interesse, anche la Svizzera è indotta a farlo. Ora, in un contesto di grande fragilità della moneta unica europea, con un’inflazione alta e con i tassi di interesse più alti, inasprire la politica monetaria svizzera non significa necessariamente rafforzare il franco. È chiaro, però, che un aumento durato e consistente del tasso di interesse prima o dopo dovrebbe rafforzare il franco e non indebolirlo».

Tra i vari effetti immediati è stato riscontrato l’indebolimento del franco svizzero, come mai?
«Il valore del franco viene stabilito dal mercato mondiale dei cambi sul quale, ogni giorno, vengono scambiati enormi volumi di valute, anche e soprattutto a scopo speculativo. Nel breve periodo, dunque, i corsi delle valute non rispecchiano precisamente i fondamentali dell’economia dei Paesi, quali livello del tasso di interesse, differenziale di inflazione, livello del debito pubblico, rating del sistema paese, ecc.
Seguendo la teoria, aumentare il tasso di interesse significherebbe automaticamente aumentare anche la forza del franco, penalizzando tutte le imprese che esportano. Come osserviamo in queste ore, l’effetto non è così certo, poiché il rialzo deciso dalla banca nazionale non è fatto a sorpresa e in un contesto di stabilità, ma persegue coerentemente con gli altri Paesi l’obiettivo di stabilità dei prezzi, minacciato dall’inflazione».

Da cosa dipendono le decisioni da parte delle banche centrali?
«In economia ci sono spesso degli obiettivi in conflitto e occorre fissare delle priorità e delle urgenze. Dal punto di vista dell’autorità monetaria, la stabilità dei prezzi è il primo obiettivo. Per cui quando ci sono dei focolai di inflazione si dà priorità a questo intervento. In altri contesti si difende il valore del cambio per non farlo rafforzare troppo, per non far perdere competitività all’export, in altre situazioni si potrebbero fare anche altri ragionamenti».

L’abbandono del tasso negativo avrà delle conseguenze sul debito pubblico svizzero?
«Sì, certo. In questi anni la Confederazione, i Cantoni e i Comuni hanno beneficiato dei tassi “negativi” conseguendo importanti risparmi, rispetto a quanto poteva essere preventivato in un mondo con tassi di interesse positivi. Il tasso di interesse negativo ha avvantaggiato i debitori e svantaggiato i creditori. Le imprese hanno avuto accesso a finanziamenti a tassi molto interessanti, i tassi ipotecari molto bassi hanno incentivato a ristrutturare, comprare o costruire case. Per contro le banche hanno sopportato dei costi per le somme depositate presso la banca centrale o dei mancati ricavi per il basso valore dei tassi. Analogamente in un mondo con tassi negativi è molto difficile garantire un adeguato rendimento agli investimenti delle casse pensione. Insomma, l’economia finanziaria è una moneta con due facce».

L’aumento del tasso guida come incide concretamente sulle tasche degli svizzeri?
«Se ci chiediamo quale sia l’effetto del rialzo dei tassi sul mercato ipotecario, possiamo dire che la convenienza di un mutuo a tasso variabile a medio lungo termine è più rischiosa e meno vantaggiosa, poiché aggiornando il tasso di interesse al rialzo, si pagheranno rate via via più consistenti e complessivamente superiori a quelle di un muto a tasso fisso. L’impatto sui consumatori è meno visibile nell’immediato ma significativo, poiché rappresenta una difesa del potere d’acquisto. Il livello dei prezzi al consumo cresce più velocemente dei salari e contenere l’aumento dell’inflazione è certamente qualcosa di positivo nel medio periodo».

Le ipoteche del mercato monetario (Saron) continuano a essere vantaggiose o è meglio scegliere un’ipoteca a tasso fisso?
«Dipende dal profilo del rischio e dalla propensione al rischio. Fino all’anno scorso i tassi erano estremamente bassi e senza grandi prospettive di rialzo. Dunque, con il tasso variabile, si poteva tranquillamente accettare anche un po’ di rischio, in cambio di un lieve ribasso, rispetto al tasso fisso. Nel contesto attuale, tutti gli indizi portano a prevedere un sostanziale e duraturo aumento dei tassi di interesse guida delle banche centrali e addirittura le stesse previsioni rialziste vengono anticipate temporalmente. I tassi variabili sono in balìa dei mercati e con una chiara previsione al rialzo dei tassi nei prossimi, diventa poco attrattivo stipulare delle ipoteche a tasso variabile per lunghe scadenze. Con scadenze a 1-2 anni si potrebbe speculare sul tempo che impiegano i tassi variabili a salire, beneficiando di un differenziale vantaggioso (ma via via più piccolo) rispetto al tasso fisso. Tuttavia a maturità si dovrebbe rinegoziare una nuova ipoteca con tassi di riferimento, sia fissi sia variabili, probabilmente più elevati».

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